Verso il C-L-A-S-I-C-O: O di Origine, Onori e... Oltrepassare il Rubicone

Nella lunga attesa della sfida tra Barcellona e Real Madrid, l'ultima tappa del nostro viaggio tra i significati della parola Clásico ci conduce alla lettera O.

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Ultima tappa, poi saranno Barcellona e Real Madrid a regalarci nuove storie, nuove emozioni, nuovi retroscena da raccontare. È tutto pronto per il Clásico (oggi alle ore 16.15, diretta esclusiva su Fox Sports, canale 204 di Sky). In questo viaggio tra i mille significati della partita più prestigiosa della Liga, siamo arrivati all'ultima lettera della parola "Clásico", la O. È la lettera dell'origine del nome stesso di questa partita, delle infinite onorificenze che i due club hanno conquistato nella loro storia e dei giocatori che, nella loro carriera, hanno indossato le maglie delle due rivali. Una scelta senza possibilità di ritorno, la loro. Come Giulio Cesare quando oltrepassò il Rubicone.

O di Origine (del nome)

"Il Clásico che in realtà prima non era il vero Clásico, ma poi è diventato effettivamente il vero Clásico", capite bene, sarebbe stato troppo arzigogolato come titolo. Ma le cose stanno più o meno così. A livello storico infatti il "classico in senso letterale" - la sfida disputata cioè il maggior numero di volte tra tutte le squadre spagnole - è stato per decenni quello tra Real Madrid e Athletic di Bilbao, club leader del calcio iberico ancora prima delle diverse epoche d'oro dei blancos e dei blaugrana.

Real Madrid-Athletic di Bilbao: fino al 2011/12, era questo il Clásico

Questo fino alla stagione 2011-12, quando gli incroci tra merengues e baschi toccarono quota 215. In quella stagione, sull'onda dei sette classici in un anno, avvenne il sorpasso da parte di quello che tutto il mondo spagnolo e non già chiamava Clásico (il prossimo sarà il numero 232 tra tutte le competizioni). Già da tempo però i significati sportivi, sociali, culturali, politici della sfida tra i simboli del centralismo spagnolo, da una parte, e dell'indipendentismo catalano, dall'altra, avevano reso unica al mondo quella che in Spagna sono arrivati anche a ribattezzare come "el partido del siglo".

O di Onorificenze (tante)

Più prestigiosa quella del Real Madrid, più ricca numericamente quella del Barcellona. Sono le due bacheche a confronto, luoghi in cui il rischio di rimanere abbagliati è dietro l'angolo. I blancos calano sul tavolo 32 campionati nazionali e 11 Coppe dei Campioni/Champions League, primati assoluti in patria e in Europa. I blaugrana rispondono con 24 titoli di Liga e 5 Champions, quattro delle quali conquistate nell'ultimo decennio.

Sergio Ramos solleva l'undicesima Champions League vinta dal Real Madrid

Il sorpasso avviene invece per quanto riguarda la Copa del Rey: 28 le vittorie culé, 19 quelle madridiste. Il Barça comanda anche in Supercoppa di Spagna (12 a 9) e nelle estinte Copa de la Liga (2 a 1) e Copa Eva Duarte, antenata della Supercoppa (3-1 per i catalani). Il Real ha sui propri scaffali anche due Coppe Uefa (zero quelle del Barcellona), ma i rivali si rifanno avanti per quanto riguarda la Supercoppa Europea (5 a 3), la vecchia Coppa delle Coppe (4 successi a zero) e l'ancor più vetusta Coppa delle Fiere (3 a 0).

Nel 2015 il Barcellona ha conquistato la sua quinta Champions League, la quarta negli ultimi dieci anni

Fin quando si è disputata infine la Coppa Intercontinentale, il Real guidava 3-0 il testa a testa con il Barça. L'avvento del Mondiale per club ha invece ribaltato la situazione: 3-1 per gli azulgrana, ma con la possibilità per i blancos di portarsi a quota due entro la fine dell'anno. Il totale numerico vede quindi il Barcellona con 89 trofei in bacheca, contro gli 82 degli acerrimi rivali. Il maggior numero di campionati e soprattutto le undici coppe dalle grandi orecchie pesano però, eccome, dalla parte del Real. 

O di Oltrepassare (il Rubicone)

In principio fu Alfonso Albeniz Jordana, 16enne figlio del compositore Isaac Albeniz, che per motivi di studio nel 1902 salutò il Barcellona per andare a giocare a Madrid. Un adolescente nato alla fine del XIX secolo, che sarebbe così divenuto a sua insaputa il capofila di una lunga schiera di giocatori uniti da una particolarità: aver indossato entrambe le casacche di Real Madrid e Barça. In totale sono 39 i trasvases tra i due club: 25 in direzione merengues, 14 nel senso opposto. Si raggiunge la cifra tonda dei 40 inserendo nel computo anche Alfredo Di Stefano. A conti fatti, in blaugrana la leggenda argentina disputerà solamente una manciata di amichevoli. Secondo la Fifa avrebbe dovuto invece giocare una stagione con il Barcellona e una con il Real Madrid, come compromesso per la disputa legale sull'acquisto del suo cartellino (conteso all'epoca tra River Plate e Los Millonarios). Don Alfredo può essere considerato un ex blaugrana anche senza mai esserlo effettivamente stato.

Estate 2002: il "mancato" blaugrana Alfredo Di Stefano presenta l'ex Barcellona Ronaldo

Prima di lui, i precedenti illustri non erano mancati: Ricardo Zamora, il "Divino" portiere della Spagna del primo Dopoguerra, difese i pali prima del Barcellona, poi dell'Espanyol e quindi del Real Madrid; Josep Samitier fece invece il salto diretto nel 1932, dopo ben 13 anni in Catalogna. Negli anni Quaranta invece furono due fratelli, Alfonso e Joaquin Navarro, a difendere i colori delle due formazioni (prima al Barcellona, poi al Real). Negli anno '80 rimase celebre il passaggio in blanco di Bernd Schuster, dopo otto stagioni in blaugrana: il tedesco avrebbe poi allenato le merengues nel 2007. Come non citare il caso di Luis Milla, canterano doc del Barça che avrebbe poi vissuto ben sette campionati a Madrid, o la vicenda di Nando Muñoz, che sborsò di tasca sua 500 milioni di pesetas per liberarsi dal Barcellona e trasferirsi al Siviglia, che lo girò immediatamente al Real. E poi ancora, una sfilza ricca di nomi importanti quali Julen Lopetegui (attuale ct spagnolo), Robert Prosinecki, Gica Hagi, ma anche Samuel Eto'o e Javier Saviola.

Luis Enrique in blanco: strano vero?

Inutile negare però come gli esempi più celebri e chiacchierati siano quelli di Michael Laudrup e Ronaldo, ma soprattutto di Luis Enrique e Luis Figo. Il campione danese, tra le stelle del Dream Team di Cruyff che conquistò la prima Coppa dei Campioni nella storia blaugrana, è ancora oggi l'unico ad aver vissuto da protagonista la manita in un Clásico con entrambe le formazioni. Esploso come il giocatore più forte al mondo proprio con il Barcellona, Ronaldo il Fenomeno vestirà, sì, la maglia del Real, ma solo dopo l'avventura in Italia con l'Inter. Non c'è dubbio allora che le due tifoserie considerino come "traditori" rispettivamente Luis Enrique e Luis Figo. L'attuale tecnico blaugrana salutò Madrid dopo cinque anni e 241 presenze: svincolatosi dopo non aver voluto rinnovare il contratto, si accasò proprio in Catalogna dove avrebbe poi messo radici fertilissime.

Una volta passato dal Barcellona al Real, Luis Figo ha vissuto Clásicos a dir poco... turbolenti

La vendetta blanca arrivò poi nel 2000, anno in cui Florentino Perez fu eletto presidente del club: il primo colpo, da 140 miliardi, fu proprio l'ala portoghese. La costruzione di quella che sarebbe stata ribattezzata la squadra dei galacticos partì proprio da una delle stelle più importanti del Barcellona. I tifosi culés, ovviamente, non la presero per niente bene: la testa di maiale lanciata vicina a Figo in un Clásico del 2002 è solo l'apice della relazione infranta tra il campione lusitano e il suo ex popolo. Anche il suo famosissimo caso però ne uscirebbe ridimensionato se, a cambiare di casacca, fossero oggi Leo Messi o Cristiano Ronaldo. Ok, avete ragione, con il fantacalcio abbiamo esagerato...

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