Verso il C-L-A-S-I-C-O: la prima di Cruyff, un vero e proprio "parto"

Barcellona-Rea Madrid, ci siamo quasi. La seconda C di Clásico? Il duello tra cantere, il soprannome blaugrana e come il neopapà Johan riuscì a esserci al Bernabeu.

La prima pagina del Mundo Deportivo celebra il 5-0 del Barcellona di Cruyff in casa del Real Madrid

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Inizia con la lettera C e sta ormai per terminare: è il countdown verso Barcellona-Real Madrid (sabato 3 dicembre alle ore 16.15, diretta esclusiva su Fox Sports, canale 204 di Sky). Ed è proprio alla seconda lettera C che siamo arrivati, nel nostro gioco di scomposizione della parola "Clásico". Una lettera che guarda al presente, al duello tra canterani che mette ormai sullo stesso piano le due squadre. Ma soprattutto che rispolvera dal passato l'origine del soprannome "culé", marchio di fabbrica dei tifosi blaugrana, e il retroscena che portò Johan Cruyff alla manita del Bernabeu del febbraio 1974, primo Clásico per la stella olandese.

C di Canterani

Iniesta, Piqué, Messi, Busquets. Concediamoci pure un neologismo e chiamiamoli "venterani", i canterani veterani. Sono loro la spina dorsale del Barcellona di Luis Enrique, perché ancora prima lo erano già per la creatura di Guardiola. A loro si aggiungono Rafinha, ma soprattutto Sergi Roberto. Se il brasiliano classe '93 recita un ruolo da alternativa ai big del centrocampo (11 presenze finora tra Liga e coppe, di cui 6 da titolare), è il jolly tuttocampista nato nel 1992 ad aver ormai raggiunto lo status di titolare. La fascia destra di difesa, per il Barça, è la zona di campo più sguarnita: già molto utilizzato lo scorso anno, dopo la partenza di Dani Alves il 24enne di Reus è quindi diventato presto la prima scelta di Luis Enrique. Ciò non farà desistere i blaugrana dal puntare un terzino destro puro sul mercato, ma Sergi continua a marciare in silenzio. Tra "venterani" e nuove leve già formate, il tecnico asturiano ha quindi schierato in questa stagione sei giocatori nati e cresciuti nel vivaio culé.

Sergi Roberto e Leo Messi, canterani doc del Barcellona

Ebbene, tenetevi forte: il Real Madrid ne ha utilizzati sette. Uno in più degli sforna-talenti per eccellenza. Il più impiegato è ovviamente Dani Carvajal, titolarissimo sull'out destro con 15 presenze dall'inizio e una sola da subentrato. Quello con più presenze è invece Lucas Vazquez: 18 (più di tutti in rosa), di cui però solo 6 dal primo minuto. L'ala galiziana classe '91 sfrutterà però l'assenza di Bale per giocare da protagonista il Clásico. Con 17 gettoni (8 da titolare), ecco Alvaro Morata: l'ex juventino salterà però la sfida del Camp Nou per infortunio. La rivelazione si chiama invece Marco Asensio: il classe '96 ha già siglato sei reti (una fondamentale nella Supercoppa Europea vinta contro il Siviglia) e dimostrato a Zidane di poter contare sui suoi colpi (14 presenze, 7 da titolare).

Marco Asensio è il simbolo del fertile vivaio del Real Madrid

In difesa fa capolino Nacho, soldatino sempre con le valigie virtuali pronte per partire ma poi pedina preziosa per i piani delle merengues. Il più anzianotto della truppa è il classe '86 Kiko Casilla, che ha inizio stagione ha sostituito l'infortunato Keylor Navas in 9 uscite. La new entry risponde invece al nome di Mariano Diaz, attaccante dominicano nato nel 1993 che Zidane ha finora lanciato nella mischia in tre occasioni (su di lui c'è insistente l'interesse del Malaga). Insomma, Zizou "batte" Luis Enrique 7-6 per canterani utilizzati. Anche se il peso specifico - da Messi a Iniesta, da Piqué a Busquets - pende anche stavolta a favore dei catalani.

C di Cruyff o "Come Cruyff riuscì a giocare il suo primo Clásico"

Quante volte è capitato di aver ricevuto un invito per un matrimonio nel giorno in cui la propria squadra del cuore è impegnato in un big match che non perdereste per nulla al mondo? Bene, ora considerate che Johan Cruyff, quel big match, avrebbe dovuto giocarlo da protagonista. Ma che, in quello stesso giorno, sarebbe anche dovuto diventare padre di Jordi, il figlio che avrebbe poi seguito le orme del padre nella carriera da calciatore. Il concetto di bivio nella sua perfetta incarnazione, insomma:

Danny (la moglie, ndr) avrebbe dovuto partorire con un cesareo programmato il giorno in cui era prevista la trasferta contro il Real Madrid: il 17 febbraio 1974. Avevamo deciso di far nascere anche il nostro terzo figlio ad Amsterdam, assistiti dallo stesso ginecologo che aveva seguito i parti di Chantal e Susila. E come per la nascita delle mie due figlie, io volevo essere presente. Mi sembrava una cosa del tutto normale, ma le persone attorno a me erano preoccupatissime.

Johan Cruyff rimarrà per sempre tra le leggende più grandi della storia del Barcellona

A raccontarlo è la stessa stella olandese in "My turn-La mia rivoluzione", l'autobiografia pubblicata dopo la sua morte. Fatto sta che alla fine Johan quel Clásico lo giocherà. Per mano del suo mentore all'Ajax e in quel momento suo tecnico al Barcellona? È un sospetto che lo stesso Cruyff non ha mai fugato:

A un certo punto Rinus Michels mi chiese se mio figlio non sarebbe potuto nascere una settimana prima, e ancora oggi ho il sospetto che lui ne avesse già parlato con il dottore alle mie spalle. Danny e io accettammo, quindi Jordi nacque il 9 febbraio e il 17 io potei giocare a Madrid.

"Potei giocare a Madrid" significa aver realizzato un gol e sfornato due assist, in una partita in cui i catalani rifilarono la manita alle merengues. Una vittoria che proietterà il Barcellona verso la prima Liga vinta dopo 14 anni:

Danny, per via del cesareo, prima di poter tornare a casa dovette aspettare dieci giorni, quindi fino a dopo la partita con il Real. A Madrid vincemmo 5-0 e si scatenò una baraonda. Mentre l'intera Catalogna andava in delirio, io partii subito per l'Olanda per andare a prendere mia moglie. Quando atterrammo all'aeroporto di Barcellona con il bambino, fummo accolti da una nuova ondata di tifosi euforici che non avevano ancora smesso di festeggiare nonostante fossero passati alcuni giorni dalla partita.

Pep Guardiola e Jordi Cruyff alla presentazione dell'autobiografia di Johan

Ah, siete curiosi di sapere come il Barça riuscì nell'impresa? È ancora Cruyff a svelare il bizzarro retroscena:

All'epoca a Madrid viveva un amico di Michels, Theo de Groot. Theo abitava vicino a Benito, difensore del Real Madrid che amava fare quattro chiacchiere con i suoi vicini olandesi. Non sapendo del rapporto tra De Groot e Michels, prima della partita con il Barcellona spifferò l'intero piano tattico del Real al suo vicino di casa.

Il signor De Groot, padre del giornalista che aiuterà poi Cruyff a redigere la sua biografia, fu insomma fondamentale per la vittoria blaugrana:

Il punto chiave della loro strategia prevedeva che io non venissi marcato a uomo, bensì a zona da tutti e quattro i difensori, a seconda di dove mi sarei spostato. Quando Michels lo venne a sapere, decise di farmi giocare in posizione arretrata, così che i difensori non avessero nessuno da marcare, perdessero ogni riferimento e lasciassero spazio alle avanzate dei nostri centrocampisti. Il piano funzionò a meraviglia, le nostre azioni dalla trequarti mandarono in tilt il Real.

Se volete vedere come, nella pratica, il Barça di Cruyff mise in atto il suo piano da thriller, questo video vi renderà subito chiare le idee:

C di Culé

Avete incontrato questo termine anche qualche riga più su, in questo stesso articolo. E sicuramente l'avete letto e ascoltato centinaia di volte. Ma perché i tifosi del Barcellona sono soprannominati in questo modo, ormai da un secolo? Bisogna risalire al primo stadio dei blaugrana: prima del Camp Nou, prima ancora del Les Corts, il Barça giocava le proprie partite casalinghe nell'Escopidora del Carrer de la Industria. Dal 1909 al 1922, precisamente, anno in cui si trasferirono poi al più capiente Les Corts. Le tribune dell'Escopidora contenevano infatti appena 6 mila persone, mentre l'afflusso di sostenitori era di gran lunga maggiore.

Per capire da dove derivi il soprannome "culé"... basta guardare questa foto

Ecco allora che i tifosi escogitarono una soluzione semplice semplice: sedersi sul muro di recinzione dell'impianto. Il risultato? Chi si fosse trovare a passare fuori dallo stadio, si sarebbe imbattuto in una sfilza di natiche in bella mostra. Come annotò lo scrittore inglese Phil Ball, tutto quello che si poteva notare era una "fila di sederi". Un tratto così distintivo della tifoseria catalana da rimanere impresso nelle generazioni a venire. Anche oggi non c'è un supporter del Barcellona che non esclami orgogliosamente in catalano: "Jo soc culé".

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