Verso il C-L-A-S-I-C-O: la "I" di Iniesta, certo. Ma anche di italiani

La super sfida tra Barcellona e Real Madrid si avvicina. Nell'attesa, ci siamo divertiti a scomporre la parola "Clásico": stavolta è il turno della lettera I.

Francesco Coco ha vestito la maglia del Barcellona nella stagione 2001/02

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Un mosaico di storie, aneddoti, protagonisti e record infiniti. Questo è il Clásico, questo è la sfida tra Barcellona e Real Madrid che sabato andrà in scena al Camp Nou (ore 16.15, diretta esclusiva su FoxSports, canale 204). In queste lunga vigilia, abbiamo voluto scandagliare i mille significati del duello più prestigioso della Liga attraverso le lettere della parola "Clásico". Siamo arrivati alla lettera I di Iniesta-Isco, Indimenticabili e... Italiani. 

I di Iniesta-Isco

Uno dei tanti duelli del prossimo Clásico? Può darsi: Don Andres marcia spedito e fiducioso verso il ritorno in campo, Francisco Román Alarcón Suárez (il nome completo di Isco) è partito titolare in sei delle ultime sette gare del Real. Ma quello che incuriosisce di più è la possibilità che l'uno (Isco) possa essere l'erede dell'altro (Iniesta). Dove, in Nazionale? Sì, ma non è quello che stupisce. È l'ipotesi che il malagueño possa esserlo al Barcellona, che lascia sbalorditi.

Ok ok, "ipotesi" forse può suonare già troppo come "possibilità concreta". Rumors di mercato lanciato da Mundo Deportivo, quotidiano da sempre filo-blaugrana, rende già meglio l'idea. Il contratto di Isco con la Casa Blanca scadrà nel 2018, quando Iniesta avrà 34 anni: se il classe '92 fosse un canterano catalano, la staffetta sarebbe immediata. Il piccolo problemino è che la mezzala di Benalmadena veste la maglia degli acerrimi rivali. E che, ormai dal lontano 2000 e dall'estate del cataclismatico passaggio di Figo in direzione opposta, tra i due club vige un patto di non belligeranza.

Di certo, raccogliere l'eredità di Iniesta al Barcellona è una missione che spaventerebbe chiunque. Sarà un caso che, tornando al presente, Luis Enrique stia incrociando qualsiasi dito di mani e piedi pur di recuperarlo? Dal 22 ottobre, giorno dell'infortunio di Andres contro il Valencia, i blaugrana hanno dimostrato più di una fatica a macinare quel gioco fluido e inconfondibile di cui l'Illusionista (ancora la lettera I) è il depositario per antonomasia. Semplicemente I di Indispensabile.

I di Indimenticabili

In spagnolo non cambia: la I è quella di Inolvidables. Quanti Clásicos meritano questo appellativo e chissà quanti altri lo meriteranno in futuro. Tra quelli disputati al Camp Nou, la manita del 29 novembre 2010 ha un posto assicurato: è la notte in cui Mourinho subì l'umiliazione più grande al cospetto del rivale Guardiola. Xavi, Pedro, David Villa (doppietta) e Jeffren: il 5-0 valse ai blaugrana il sorpasso in testa alla classifica (a fine campionato vinceranno poi il titolo con 4 punti di vantaggio sulle merengues).

Il 23 aprile 2002 furono invece i celeberrimi galacticos a sbancare lo stadio catalano: 2-0 esterno nella semifinale di andata della Champions League, uno-due firmato Zidane e McManaman. Il ritorno al Bernabeu terminò 1-1 e i blancos volarono verso la conquista della Novena, nella finale contro il Bayer Leverkusen resa immortale dalla girata al volo proprio di Zizou. Da un allenatore all'altro: Luis Enrique fu l'hombre del partido con la sua doppietta nel Clásico del 14 febbraio 1999, fissato poi sul 3-0 da Rivaldo.

L'8 gennaio 1994 l'eroe assoluto fu Romario: il brasiliano siglò una tripletta in un'altra storica manita, rifilata quella volta dal Barcellona guidato da Johan Cruyff. Negli anni Sessanta fu invece il Real a concedersi due pokerissimi in casa degli acerrimi rivali: la prima, con il 5-3 del 4 dicembre 1960, la seconda grazie al 5-1 del 27 gennaio 1963. In entrambi i tabellini si leggono i nomi di Alfredo Di Stefano e Paco Gento, ai quali si aggiunge nel secondo match quello di Ferenc Puskas. Indimenticabili? Invincibili? Scegliete voi.

I di Italiani

Siamo stati e siamo dappertutto, come potevamo non entrare anche nella storia delle due regine di Spagna? Decisamente di più in quella del Real Madrid, su questo non c'è dubbio. Due nomi su tuttiFabio Capello e Carlo Ancelotti. Due pesi massimi del calcio nostrano che hanno inciso per sempre la propria firma nel firmamento blancoDon Fabio ci è riuscito grazie ai due titoli conquistati nel 1997 e poi nel 2007, a dieci anni dalla sua prima esperienza madrilena. L'attuale tecnico del Bayern Monaco direttamente con la Decima, la Champions League numero 10 alzata al cielo dal Real. Con Capello, la colonia italiana era arricchita anche dal suo vice Italo Galbiati e dal fedele preparatore dei portieri Franco Tancredi. Tra l'estate del 2015 e il gennaio di quest'anno, anche un altro italiano si è seduto sulla panchina delle merenguesFabio Pecchia, vice di Rafa Benitez nella breve esperienza dell'ex allenatore del Napoli. Nel dicembre del 2004 invece Florentino Perez nominò direttore dell'area tecnica e direttore sportivo un certo Arrigo Sacchi. L'ex ct azzurro rassegnò però le dimissioni appena un anno dopo, a fine 2005.

Il primo giocatore italiano a vestire la maglia del Real è stato invece Christian Panucci: arrivato nel gennaio 1997 dal Milan, l'ex terzino di Chelsea e Roma vinse subito con il maestro Capello la Liga. L'anno successivo conquistò poi la Champions League, nella finale contro la Juventus. Proprio dai bianconeri, nell'estate 2006 post Calciopoli e post trionfo Mondiale, sbarcò a Madrid Fabio Cannavaro: due campionati vinti di fila (il primo con Capello) e il Pallone d'Oro portato a casa proprio durante il suo primo semestre spagnolo. Sempre quell'anno, dalla Roma si presentò con la sua giacca impellicciata Antonio Cassano: tra una manciata di gol (4 in tutto), imitazioni di Capello indigeste e il soprannome di Gordito, l'esperienza di Fantantonio al Bernabeu fu breve, deludente ma a suo modo indimenticabile.

Ricordate invece chi è stato il primo giocatore italiano a indossare la casacca del Barcellona? Proprio lui, Francesco Coco. Il Milan lo cedette ai blaugrana nel 2001 in prestito con diritto di riscatto. Tra Liga e e Champions League l'ex terzino azzurro collezionò 33 presenze, ma i catalani non esercitarono il riscatto. Coco passo quindi all'Inter, in uno dei numerosi passaggi stracittadini tra i due club milanesi. Nel 2005 ha invece chiuso la carriera al Camp Nou Demetrio Albertini: appena 5 le presenze per l'ex vicepresidente della Figc, buone però per fregiarsi del titolo di campione spagnolo.

Dopo il Mondiale vinto dall'Italia, il terzo italiano a diventare blaugrana è stato Gianluca Zambrotta: due stagioni per l'ex Juve, in cui vinse una Supercoppa di Spagna sfiorando solamente l'epoca d'oro che sarebbe poi iniziata con Guardiola. A Coco, Albertini e Zambrotta si aggiunge poi anche Thiago Motta: il centrocampista nato in Brasile è cresciuto proprio nel Barcellona B, prima di disputare sei stagioni in prima squadra tra il 2001 e il 2007. L'ex nerazzurro può essere però "considerato" italiano solamente a partire dal 2011, quando fu convocato per la prima volta in azzurro. È lui, per certi versi, il primo italiano "ante litteram" nella storia del Barça.

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