Verso il C-L-A-S-I-C-O: una L ricca di storia e... giallo Simpson

In attesa di Barcellona-Real Madrid, prosegue il nostro viaggio tra i mille significati nascosti nelle lettere della parola "Clásico": è il turno della lettera L.

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Una parola, uno scrigno. Di storie, campioni, successi, mitologia. Specificare l'ordine delle due squadre serve solo a capire chi gioca in casa e in chi in trasferta: per il resto, Barcellona-Real Madrid o Real Madrid-Barcellona è per tutti semplicemente il Clásico. Il 3 dicembre sarà il Camp Nou a ospitare la sfida regina della Liga (ore 16.15, diretta esclusiva su Fox Sports, canale 204). Per ingannare l'attesa, abbiamo scomposto la parola "Clásico" nelle sue sette lettere. Dopo aver declinato la lettera C iniziale, è la volta della L. Di László, Les Corts e Los Simpsons.

L di László

Prima di Cruyff e di Maradona, di Ronaldinho e di Messi. Al loro stesso livello? I tifosi con più partite alle spalle potrebbero stupirvi affermando che, sì, come László Kubala non c'è mai più stato nessuno. E non solo per spirito di nostalgia. Di sicuro, nel decennio che viaggia tra il 1951 e il 1961, nessuna stella nel firmamento blaugrana era lucente come quella del "barcellonese di Budapest". Ladislao, Ladislav o amichevolmente Laszy: diverse coniugazioni di un nome scolpito per sempre nella storia del Barcellona. E non solo metaforicamente: all'ombra del Camp Nou, la sua statua imponente invita ogni fan o semplice turista a soffermarsi per concedersi una foto. Nato nel 1927 nella capitale ungherese, ma di origini slovacche, è morto a quasi 75 anni (il 17 maggio 2002) proprio nella sua seconda casa. Anzi, per certi versi la prima:

Sono un uomo senza patria, perché il mio Paese è sotto il comunismo.

Questo ripeteva di sé Kubala, mezzapunta dal talento sopraffino che una notte di marzo del 1949 oltrepassò, in uniforme militare, il confine con l'Austria per cominciare la sua nuova vita da esule nell'Europa occidentale. E continuare così la sua carriera da calciatore nei campionati più importanti del Vecchio Continente. L'Italia fu la sua prima meta, con la Pro Patria che fiutò l'affare a zero lire. La Federcalcio magiara però non solo lo squalificò a vita, ma fece pressioni sulla FIFA mentre, a Busto Arsizio, László attendeva invano il via libera per scendere in campo in gare ufficiali. Dello stallo ne approfittò proprio il Barcellona, che procurò il passaporto spagnolo all'allora 22enne Kubala. Archiviata la squalifica, il 15 giugno 1950 Kubala firmò per il Barça.

È la data d'inizio di una delle storie d'amore più intense per il mondo culé. In maglia azulgrana, il gira-Europa dai piedi fatati vincerà 4 campionati, 5 coppe nazionali, 2 Coppe delle Fiere, mancando l'appuntamento con la Coppa dei Campioni solamente nella finale persa nel 1961 contro il Benfica. Come poi sarebbe accaduto anche con Cruyff, Kubala passò dal campo alla panchina ma - al contrario dell'olandese - con minor fortuna: allenerà il Barcellona tra il 1961-63 e poi, dopo una lunga parentesi in cui continuò anche a giocare, di nuovo nel 1980-81 (conquistando la Coppa del Re). Con 194 gol in 256 partite ufficiali, è il terzo miglior marcatore della storia blaugrana dopo Messi e Cesar Rodriguez. Insieme a Bata dell'Athletic, condivide invece il record di reti siglate in una singola gara di Liga: sette, realizzate contro lo Sporting Gijon.

Nei Clásicos, a dire il vero, non ha mai brillato particolarmente: appena due i gol realizzati, il 4 dicembre 1960 e il 26 marzo 1961, in match oltretutto persi contro le merengues. E pensare che la sua avventura in Spagna avrebbe potuto essere tinta proprio di bianco: quando il Real affrontò la selezione di esuli ungheresi in cui militava Kubala, il presidente Santiago Bernabeu e tutta la dirigenza madridista rimasero incantati. Non se ne fece però nulla: László aveva posto una condizione, quella di affidare il ruolo di allenatore a suo cognato (e tecnico di quella rappresentativa) Ferdinand Daucik. Ma il destino evidentemente aveva già riservato per lui una storia dai colori blaugrana. Selezionatore della Nazionale spagnola per undici anni (record assoluto) e 32° nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo stilata dall'IFFHS, Kubala riposa dal 2002 nel cimitero di Les Corts: la sua tomba, meta di pellegrinaggio di tifosi culé di ogni generazione, è neanche a dirlo ricoperta di vessilli del Barcellona.

L di Les Corts

Già, il nome in cui ci siamo appena imbattuti parlando della sepoltura di Kubala. Ma è proprio nel Barrio Les Corts che l'ungherese - e non solo - hanno scritto pagine e pagine di storia blaugrana. Prima del Camp Nou infatti il Barcellona aveva nel Camp de Les Corts il suo palcoscenico. Dal 1922 al 1957 precisamente, anno di inaugurazione dell'attuale impianto. Fu il leggendario presidente e fondatore del club, Joan Gamper, a volere fortemente uno stadio da 20 mila posti, che sostituisse il precedente Camp de la Industria.

La prima gara andò in scena il 20 maggio del '22 contro gli scozzesi del St. Mirren, mentre l'anno successivo ospitò la finale di Copa del Rey tra Athletic e CE Europa. L'episodio che attirò più clamore risale però al 24 giugno del 1925: in occasione di un'amichevole tra Spagna e Inghilterra, i tifosi blaugrana fischiarono l'inno iberico mentre applaudirono quello britannico. L'allora dittatore Primo de Rivera accusò Gamper di propagandare il nazionalismo catalano, chiuse Les Corts per sei mesi ed espulse il presidente del club dal Paese.

Prima di diventare una bandiera dell'Inter, Luisito Suarez esplose proprio sul campo blaugrana di Les Corts

Di campioni che hanno calcato il prato del vecchio campo culé se ne contano a grappoli: da Ricardo Zamora e Paulino Alcantara, miti degli anni Venti, alle stelle del Dopoguerra Cesar Rodriguez, Luisito Suarez e il già citato Kubala. Quando nel 1966 venne demolito, la struttura realizzata dagli architetti Santiago Mestres e Josep Alemany poteva ormai contare su una capienza di 60.000 spettatori.

Il Camp de Les Corts è fondamentale anche nella mitologia dei Clásicos: è sul suo terreno che andò in scena il primo confronto nella storia della Liga tra le due formazioni: il 17 febbraio 1929 il Real Madrid si impose corsaro per 2-1, grazie alla doppietta di Rafael Morera.

L di Los Simpsons

Finora gli abitanti di Springfield hanno conosciuto solo una copia sbiadita del tiqui-taca: ricordate la puntata in cui si affrontano Messico e Portogallo danno vita al match più noioso della storia, con la melina estenuante nel cerchio di centrocampo? Al Camp Nou di sicuro non accadrà nulla di tutto questo.

Neanche se a scendere in campo fossero le due formazioni create dal disegnatore Emilio Sansolini. L'artista argentino, ma residente a Gibilterra, si è divertito a trasformare i giocatori di Barcellona e Real Madrid (ma anche di Juventus e Manchester United) secondo le fattezze "gialle" dei Simpson. Provate a non leggere gli hashtag con i nomi dei calciatori disegnati da Sansolini: con un pizzico di occhio si riconoscono facilmente tutti. Se vi aspettate Marcelo con la chioma alla Telespalla Bob potreste però rimanere delusi.

#RealMadrid #TheSimpsons style! #Kroos #SergioRamos #Benzema #Pepe #Casemiro #Navas #Marcelo #Modric #Cristiano #Bale #James

A photo posted by Emilio Sansolini (@emiliosansolini) on

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