Bill Shankly, 57 anni fa l'inizio della sua storia con il Liverpool

L'1 dicembre del 1959 lo scozzese venne ingaggiato ufficialmente come manager dei Reds. Vincerà ben 11 titoli in 15 anni, a Liverpool lo ricordano come una divinità.

Bill Shakily omaggiato dai tifosi del Liverpool

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Ogni squadra di calcio è fatta di simboli, eroi e figure leggendarie. Se però ti chiami Liverpool e sei una delle società più gloriose e vincenti del football d'oltremanica (e del mondo), è facile che le icone del passato siano più di una e che vengano tutte equamente ricordate e omaggiate nel corso degli anni. Semmai un giorno vi capitasse di camminare attorno ad Anfield, tra il memoriale di Hillsborough e il cancello dedicato a Bob Paisley, l'allenatore più vincente della storia del club, i vostri occhi non potranno non incrociare quelli della statua dedicata a Bill Shankly, lo scozzese che da quelle parti e adorato e venerato come una divinità. 

La sua storia si lega indissolubilmente a quella dei Reds proprio 57 anni fa, l'1 dicembre del 1959, quando venne ufficializzato nuovo manager del club. In quel periodo la squadra si trova in Second Division (dopo esserci scivolata ben 5 anni prima) e le prestazioni fanno presagire tutto fuorché un'immediata promozione. Alla presentazione afferma che "costruirà una squadra talmente forte che dovranno mandare un team speciale da Marte per sconfiggerli". Ma l'esordio è tutt'altro che positivo: ad Anfield il Cardiff si impone 0-4. Al termine di quella partita l'allenatore stila una lista di 24 giocatori che secondo lui non dovrebbero vestire la gloriosa maglia del Liverpool. Dopo appena 10 mesi, nessuno di quei 24 nomi compariva più tra i componenti della rosa. 

La dote principale di quell'uomo arrivato dall'Ayrshire era proprio quella: aveva una grandissima influenza su giocatori e dirigenti, tanto che in pochissimo tempo si conquistò anche la fiducia incontrastata dei tifosi. Lui, che era nato e cresciuto in una terra di minatori e che dalle miniere era scappato proprio grazie al calcio, non poteva che essere il partner perfetto di una tifoseria composta principalmente da membri della working class. "Io sono l'uomo del popolo", sono parole che lui stesso, durante i suoi 15 anni a Liverpool, ripeterà in più occasioni, giusto per non dimenticarsi da dove arrivava e quali erano state le fatiche e i sacrifici che lo avevano guidato fino a lì. 

Nel calcio esiste una Santissima Trinità: i giocatori, l'allenatore e i tifosi. I dirigenti non centrano, firmano solo assegni. 

Shankly era così, spontaneo. Dando un'occhiata ai successi ottenuti sul terreno di gioco, è anche facile capire perché molti tifosi si siano affezionati a lui. Una volta arrivato ad Anfield, ci mise appena due anni a ottenere la promozione in First Division (l'attuale Premier League) e altri due a conquistare il primo titolo nazionale. Nei successivi 11 anni riuscì a vincere ben 9 titoli, tra cui altri 2 campionati, 4 Charity Shields, 1 Coppa UEFA e 2 FA Cup. Ma come già spiegato qualche riga fa, quell'uomo era anche e soprattutto amato per il rapporto instaurato con i tifosi. Del resto, lui stesso a fine anni '60 dichiarò: 

Io sono stato fatto per il Liverpool e il Liverpool è stato fatto per me. Siamo una cosa sola. 

Come non amarlo, uno così? Tante volte, come confermato da chi frequentava lo spogliatoio, capitava che Shankly arrivasse appena 20 minuti prima della partita. Il motivo? Passava al pub a farsi una birra con i tifosi o si faceva un giro nella Kop per sentire le opinioni dei suoi sostenitori. Si era calato talmente nella parte che negli anni le sue frecciatine ai rivali cittadini dell'Everton divennero sempre più pesanti e dirette. Tra le più famose quelle pronunciate a metà del suo mandato come: 

A Liverpool ci sono solo due squadre: il Liverpool e le riserve del Liverpool.

Oppure:

 Ogni tanto, quando non so cosa fare, guardo la classifica per vedere come se la cava l'Everton sul fondo. 

Dopo aver riportato il Liverpool ai vertici, Shankly presentò a sorpresa le dimissioni nel luglio del 1974, lasciando a bocca aperta non solo la società ma ogni singolo tifoso. Nonostante avesse ancora tanto da dare, il club non gli offrì nessuna carica dirigenziale e lui, seppur deluso, continuò a farsi vivo dalle parti di Melwood per salutare giocatori e addetti ai lavori. Continuò a tifare Liverpool fino al settembre del 1981, quando morì per un'insufficienza cardiaca. 

Dalle parti di Anfield il suo ricordo vivrà per sempre, un po' come i tifosi hanno ricordato nel corso degli anni con diverse coreografie e striscioni celebrativi. Tutto questo finché ad Anfield si giocherà a calcio perché, come lui stesso dichiarò:

Molti credono il calcio sia una questione di vita o di morte, sono molto amareggiato da questa cosa. Vi posso assicurare che è molto ma molto di più. 

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