Chapecoense, il mito che non aveva fatto i conti con la fisica

La Chapecoense non ce l'ha fatta a sublimare la propria leggenda: il fato le ha riservato una tragica fine.

574 condivisioni 0 commenti

di

Share

Nel mondo classico alcuni filosofi stoici sostenevano che era meglio morire, andarsene quando si è all’apice: chi abbandona la vita troppo tardi è un codardo. Paradossalmente, essere obbligati a fermarsi a pochi metri dalla vetta diventa una tragedia.

Proprio lo Stoicismo è la corrente di pensiero che più si può accostare alla Chapecoense. La squadra di Chapecò, fertile città circondata da fattorie e allevatori nel Sud del Brasile, ha vissuto con impassibile forza d’animo le numerose sofferenze cui è stata sottoposta: 10 anni fa umili in quarta serie, 6 anni fa il rischio di un fallimento per assenza di soldi e investitori. Poi la risalita, il ritorno in Serie A, la qualificazione in Copa Sudamericana, le vittorie contro le grandi del continente e l’inaspettata marcia fino alla finale…

Il riscatto degli ultimi fa sognare. Se nel mondo reale la competizione con gli altri esseri umani è costante, nello sport - che è, di base, un gioco – è lecito stare sinceramente dalla parte dei più deboli: si comincia a far parte di quella tifoseria, di quella squadra bianco verde, che fino a qualche anno fa nessuno conosceva, perché si porta addosso un senso di successo contro ogni previsione.

Storie come questa ci permettono di sbizzarrirci con paragoni e analogie. Si può giocare con la metafisica, facendola ruotare intorno a un pallone.

Ma per quanto si possa voler pensare alla metafisica, è la fisica a mostrare la propria concretezza, in maniera tanto inconsapevole quanto spietata. Essa ti riporta costantemente a sé, le sue leggi sono incorruttibili, precise. Basta un istante, il tempo di un lampo o di un guasto elettrico, e la gravità rammenta a tutti quanto sa essere implacabile.

Alzi la mano chi non si è immaginato neanche per un secondo su quell’aereo, chi non si è figurato per un istante la concretezza di quella vertigine, la sensazione di spingere coi gomiti sui braccioli, come se questo potesse aiutare l’aereo a riprendere quota; chi non ha pensato di sentire l’ultima battuta di chi ancora cerca di farsi coraggio con un sorriso, il silenzio perforato dal rumore di un motore malato, le prime urla.

Quante volte i sopravvissuti ne saranno tormentati in futuro: ci penserà la moglie di Tiaguinho, il quale non vedrà mai nascere suo figlio. Ci penserà l’addetto dell’autorità aeroportuale che, pensando di salvare quelle vite, ha impedito loro di prendere un charter inadeguato, condannandoli a un volo di linea. Ci penserà il figlio dell’allenatore Caio Junior, rimasto in vita perché ha perso l’aereo, dopo aver dimenticato a casa il passaporto. Ci penseranno tutti i giocatori non convocati e, più di tutti, i tre giocatori sopravvissuti, che in un attimo sono passati dall’essere parte di una squadra alla solitudine dei superstiti.

Tutti costoro vivranno interminabili notti insonni: con gli occhi stanchi ma aperti, proveranno temporaneamente a riequilibrarsi con coloro per i quali il sonno è diventato eterno.

Share

Commenta

Ti potrebbe interessare anche:

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.