La scomparsa di Fidel Castro, il lider maximo che amava Messi e Maradona

In gioventù è stato un buon attaccante, considerava il fùtbol un'espressione del capitalismo ma salvava i calciatori: "Appassionano la gente e non sono nemici di Cuba".

Castro e Maradona

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Fidel Castro è scomparso nella notte all'età di 90 anni. Il lider maximo era malato da oltre dieci anni e dal 2008 aveva progressivamente lasciato la guida politica di Cuba al fratello Raul. La sua morte chiude 60 anni di storia e non solo dell'isola, cominciati proprio nel 1956, quando un gruppo di rivoluzionari provenienti dal Messico sbarcarono a Cuba con l'intento di porre fine alla dittatura di Batista. Fu una lotta durissima che durò tre lunghi anni. Solo nel 1959 i descamisados riuscirono a cacciare Batista e diedero vita al regime socialista che, pur con diverse declinazioni, è durato fino ai giorni nostri.

Il sogno di uno stato marxista e anticapitalista così vicino alle coste americane non ha mai avuto vita facile, avversato dai dissidenti fuggiti in Florida, stroncato dalle sanzioni occidentali e messo in ginocchio dal crollo dell'Unione Sovietica, sua principale sostenitrice. Ma nessuno degli undici presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca è mai riuscito a piegare completamente quello che, va detto, era comunque un regime dittatoriale.

Fidel Castro andò sempre dritto per la sua strada, pur fra mille contraddizioni. Anche nello sport: anticapitalista fino al midollo, il lider maximo avversava il calcio, praticato in tutto il mondo, dalle favelas agli stadi climatizzati, ma amava visceralmente il baseball, uno sport che più a stelle a strisce non si può. Sono molte le foto che ritraggono Fidel in posa con la mazza, tanto che leggenda vuole che prima di partire per lo sbarco del '56 abbia stracciato un contratto da professionista per una franchigia americana.

Del calcio, però, Castro salvava i giocatori:

Il capitalismo ha messo nello stesso sacco gli sceicchi arabi, i dirigente delle grandi multinazionali con i giocatori di calcio. Io no. Almeno questi ultimi appassionano milioni di persone e non sono nemici di Cuba.

E a Maradona, suo grande amico e sostenitore aveva detto:

Tu hai vinto le sfide più difficili come atleta e come giovane di origine umile. E come te saluto Messi, formidabile atleta che porta gloria al nobile popolo dell'Argentina.

Maradona e Messi, due dei calciatori più amati da Fidel Castro

Nel mondo latino-americano, del resto, futbol, politica e cultura rappresentano spesso un sentimento collettivo unico e inscindibile che va dai racconti di Osvaldo Soriano agli incontri fra Che Guevara e Alfredo Di Stefano, dalla vicinanza di Javier Zanetti alla causa zapatista del Chiapas all'amicizia fra Fidel, Chavez e Maradona. Sentimento talmente inscindibile da aver spinto Diego a tatuarsi il volto del lider sul polpaccio sinistro: "Sono onorato" disse un giorno Castro al Pibe, che stava lì, orgoglioso, col pantalone rimboccato per mostrarglielo.

Il tatuaggio col viso di Fidel, ben visibile sul polpaccio sinistro di Maradona

Un paio di mesi fa L'Avana era tornata ad ospitare una  storica amichevole fra Cuba e gli Stati Uniti, vittoriosi 2-0. E, del resto, se in questi ultimi anni sull'isola i ragazzini lasciano il baseball ai 40enni e tornano in strada a giocare al calcio, che rimane comunque il gioco più democratico e facilmente praticabile ovunque nel mondo, è solo un cerchio che si chiude. Sì, perché in gioventù anche Fidel era stato un buon calciatore, come aveva rivelato qualche anno fa un suo compagno nella squadra dei gesuiti dell'Avana, Armando Arce Montes de Oca, in un'intervista riportata da El Pais:

Allora si giocava con un modulo che adesso è inimmaginabile, una specie di 2-3-5, e Fidel era uno dei cinque attaccanti, interno destro. Lo ricordo corpulento, muscoloso, molto forte e, soprattutto, molto coraggioso.

La squadra dei gesuiti dell'Avana nei primi anni Quaranta: Castro è il secondo da sinistra

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