NBA, l'emozionante ritorno a casa di Wade dopo tredici anni di Heat

Wade torna a Miami da avversario e la franchigia gli tributa un video celebrativo. La folla va in visibilio e ricorda i titoli NBA vinti con lui come leader.

Wade torna a casa

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La routine è sempre la stessa: prendi il pullman, arrivi al palazzetto, la tua folla ti acclama, calchi il corridoio che porta agli spogliatoi, ti cambi con le tue abitudini e poi scendi in campo per il riscaldamento. Lo speaker pronuncia il tuo nome nell’acclamazione generale e comincia la partita. Ti senti a casa, perché sei a casa. Ma quando dopo tredici anni cambia tutto, le tue certezze vacillano: nuovi tragitti, nuovi ambienti, odori e sensazioni particolari. Chicago è ben diversa da Miami e anche la temperatura ti fa capire che la casa è nuova per davvero. Dwyane Wade ha capito ben presto tutte le differenze tra la sua città Natale e la sua dimora professionale sino a ieri, ma nella scorsa settimana ci è tornato per la prima volta.

Dwayne Wade e l'accoglienza del suo ex pubblico

Arrivare all'American Airlines Arena da avversario

Il tragitto in pullman per arrivare all’American Airlines Arena è lo stesso, in un viale pieno di palme traffico, ma quando scendi dal pullman è tutto diverso: la folla ti acclama in una maniera particolare, prendi un altro corridoio per andare negli spogliatoi che stranamente hanno scritto “Guest team”, ti cambi ed entri in campo, quel campo, non con la solita maglia bianca, ma quella colorata degli avversari. Arriva il momento dello speaker e la voce è bassa, ma quando pronuncia quel nome torna ficcante e con la “a” lunghissima che ha caratterizzato tredici anni di vita: “With number three, from Marquette University: Dwyaaaaaaaannneeee Waaaaaaaaaaaddeeeee” e anche se sei un avversario i tifosi impazziscono. 

Sei il leader della franchigia per: punti, rubate, tiri segnati e tentati, liberi segnati e tentati, minuti giocati e vittorie conseguite. Tutto questo anche in un mondo di double face come l’NBA (vedi le dichiarazioni di Bogut a riguardo) non può essere disconosciuto. Il popolo di Miami acclama a gran voce il proprio beniamino di sempre e parte un video tributo di due minuti e mezzo che dalle prime note ha una colonna sonora chiara: “I lived” dei One Republic

Minuti lunghi e al contempo cortissimi, immagini di una vita in campo con successi, vittorie, sconfitte con bambini e ragazzi che ha reso felice con la sola sua presenza. Il titolo 2006 da MVP, quelli al fianco dell’amico LeBron e tutte le giocate che sono scolpite nel marmo all’interno delle menti dei tifosi. Al termine della proiezione Wade prende il centro del campo per salutare il suo pubblico, prendersi uno degli ultimi applausi d’amore che una tifoseria “tradita” può dare prima di guardare avanti e pensare davvero al futuro.

Pat Riley e la mail mai letta

Nel frattempo le telecamere vanno a pescare Pat Riley in tribuna che applaude convinto il suo ex giocatore, nonostante le particolari vicissitudini estive. Quella sua lunga mail scritta, riscritta, modificata e poi finalmente mandata di recente ha fatto molto parlare di sé, anche se Wade ha ammesso di non aver ancora avuto il tempo di leggerla a dovere. Forse all'interno c'è qualche spiegazione sul perché un General Manager debba per forza mettere da parte i sentimenti e la riconoscenza facendo il suo lavoro solo per il bene della franchigia. Riley in estate si è accusato pienamente della dipartita di Wade con diversi rimorsi personali, ma si potrebbe scommettere che nonostante qualche rimpianto la decisione sia stata presa nel pieno delle facoltà e con onestà intellettuale.

Il rimorso di Pat Riley

L'NBA è business, prima di tutto

Bisogna ricordare che dopo tutti questi momenti in cui i sentimenti e l’affetto prendono il sopravvento, l’NBA rimane un business e un lavoro che si basa sul successo, ma soprattutto sulla retribuzione. Aspettarsi amori inscindibili o rapporti che non termineranno mai è pura utopia. Le maglie incendiate e i pupazzi impalati sono sintomo d'ignorante superficialità, perché è meglio concentrarsi su quanto giocatori, squadre e tifosi si danno quando sono insieme, rispetto al supposto tradimento. La separazione è fisiologica prima o poi e non lascia strascichi solo se dietro c’è una certa intelligenza delle parti in causa. Basti guardare la calda accoglienza riservata a Joakim Noah dai suoi ex tifosi, rispetto a quella più freddina per Derrick Rose, oppure come Durant e Westbrook abbiano gestito la loro separazione, in attesa di vedere come il popolo di OKC accoglierà il figliol prodigo. Quando si torna a casa da estraneo c’è sempre emozione e imprevedibilità, perché non si sa come possano reagire le persone e se la riconoscenza supera la frustrazione, si può essere certi al 100% di aver fatto qualcosa di davvero particolare.

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