Capello: "Ecco come ho fatto diventare un killer Ibrahimovic"

Don Fabio racconta il primo Ibrahimovic ai tempi della Juventus: "Tutti i giorni rimaneva ad allenarsi a calciare e a colpire di testa. Ascoltava i miei consigli"

Zlatan Ibrahimovic ai tempi della Juventus con Fabio Capello

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Il 14 e il 15 novembre, in Italia, uscirà il film "Ibrahimovic - Diventare leggenda", un lungometraggio diretto dai fratelli svedesi Fredrik e Magnus Gertten dedicato all'attuale attaccante del Manchester United. All'interno di queso documentario sarà raccontata l'ascesa di Zlatan Ibrahimovic, che ha trascorso in Italia - tra Juventus, Inter e Milan - sette anni della sua carriera. Quando la Juve lo portò per la prima volta in Serie A nell'estate del 2004 prelevandolo dall'Ajax, però, era solo un 22enne dall'enorme talento, già strafottente come adesso ma decisamente meno letale sotto porta. In bianconero ebbe la fortuna di trovare in panchina un certo Fabio Capello, un uomo, prima ancora che un mister, che si rivelò fondamentale per la sua crescita professionale

L'incontro con Capello

A raccontare i primi passi di Zlatan in Italia ci pensa lo stesso allenatore in una lunga intervista rilasciata al Corriere dello Sport:

Devi essere fortunato nella vita, ma a volte te la devi cercare. Quando lo allenai alla Juve aveva orgoglio e umiltà, due fattori che si sono rivelati fondamentali per la sua esplosione.

Anche perché in quel momento era tutto un altro Zlatan, ancora acerbo seppur con enormi margini di crescita:

Mi venne a trovare Raiola, già suo procuratore, e mi disse: "Fabio, guarda che Ibra tira così forte che rompe le mani ai portieri". Io non ero d'accordo e gli diedi qualche consiglio per migliorare la tecnica al tiro.

E come reagì Ibrahimovic a un simile "affronto"? Nel modo che differenzia un campione dal resto dei giocatori:

Lui provò e cominciò a migliorare. Tutti i giorni rimaneva ad allenarsi a calciare e a colpire di testa. Aveva l'umiltà di ascoltare i miei consigli. Tanti giocatori di oggi non hanno questo atteggiamento e hanno la presunzione di sentirsi già arrivati. Lui non era così.

La cassetta di Van Basten

Anche il fatto di trovarselo a Torino non fu certo un caso. Capello racconta di averlo visto per la prima volta a Berlino, da allenatore della Roma. L'ex dirigente giallorosso Baldini gliene parlò bene e così Don Fabio lo osservò con curiosità:

Lo vidi all'intervallo durante un'amichevole contro l'Ajax e gli vidi fare tutti quei numeri che vedete oggi. Solo che lui era alto un metro e novanta e aveva 46 di piede. Lo feci acquistare dalla Juve, era un bel giocatore ma era un po' matto.

 Andava inquadrato, insomma. E Capello ha scoperto la ricetta per riuscirci.

Era indisciplinato in campo e non accettava rimproveri. Lui si è dovuto misurare in una squadra dove già c'erano tanti talenti. Io lo martellavo per farlo migliorare.

Curioso anche il particolare raccontato riguardo una videocassetta che fece preparare appositamente per lo svedese:

Gli feci preparare un video con i gol di Van Basten perché lui aveva le stesse caratteristiche dell'olandese. Lui si portò la cassetta a casa per studiare.

I problemi con Guardiola

Con il passare del tempo però, quando ha acquisito la consapevolezza di essere uno degli attaccanti più forti in circolazione, allora anche il trattamento degli allenatori nei confronti di Zlatan si è dovuto modificare.

Ibra è un fenomeno e come tale va considerato in tutti i momenti. Quando è arrivato alla Juve era più facile gestirlo perché non era il fuoriclasse di oggi. Ibra deve sentirsi il numero uno. Io avevo Del Piero e lui, eppure sostituivo più Alex di Ibra: questo faceva sentire Zlatan importante.

Cosa che invece non è accaduta in Spagna, nella sua avventura al Barcellona con Guardiola:

Lì Zlatan si riteneva già pronto. In Spagna si giocava un calcio diverso e forse è mancato il il feeling con l'allenatore. Anche quando si va allo scontro frontale nello spogliatoio poi serve non portare rancore e il giorno dopo rivedersi come amici. Forse questo con Pep non è accaduto.

Qual è quindi il modo perfetto per gestire un campione egocentrico come lo svedese, per farlo rendere al meglio senza però intaccare gli equilibri dello spogliatoio?

Un allenatore deve evitare che Zlatan schiacci i suoi compagni. È un gioco psicologico. Bisogna saperlo prendere in giro per tutelare gli altri. Io lo vorrei sempre nella mia squadra, aveva un carattere particolare ma mi seguiva sempre e mi apprezzava. 

Tra Mou e gli States

Oggi Zlatan si ritrova a lavorare con un altro allenatore estremamente carismatico come José Mourinho, uno che lo ha sempre fatto sentire importante, ma - come da istruzioni - senza senza andare ad alterare gli equilibri dello spogliatoio. Al momento lo svedese non è ancora riuscito a ingranare, ma il giudizio di Capello sull'inizio della sua esperienza in Premier League è comunque positivo:

Lui ha bisogno di un gioco più in verticale per esaltare la sua qualità. Diamo tempo a lui e a Mourinho, non è facile vincere a Manchester. Comunque i punti che fin qui lo United ha collezionato sono merito dei gol che ha fatto Zlatan.

Per quanto riguarda il futuro di Ibrahimovic, Capello è convinto che il suo obiettivo ora sia quello di restare ad alti livelli:

Non so se andrà negli States. La sua scelta non sarà dettata dai soldi o dal guadagno. So per certo di un'offerta veramente folle che ha ricevuto dalla Cina e lui l'ha rifiutata. Lui vuole essere protagonista dove c'è competizione.

Escluso al momento un ritorno in Italia:

Se tornerà in Italia? Non credo, non ce lo vedo. Conoscendolo vorrà vincere in Inghilterra. Non l'ho mai visto correre così tanto in carriera come al Manchester United, si vede che ha ancora voglia e si fida di Mourinho.

Futuro in panchina?

Poi, una volta appese le scarpe al chiodo, Ibrahimovic potrebbe prendere in considerazione l'idea di trasformarsi in allenatore. La mentalità vincente certamente non gli manca, ma Capello è un po' scettico sui fantasisti in panchina:

Nella storia non sono mai diventati grandi allenatori. Adesso c'è Zidane che si è trovato una squadra molto forte anche se non ha fatto tanta gavetta. Platini ha vinto con la sua Nazionale e non ha mai allenato un club che è tutta un'altra cosa.

E il motivo tecnico di questo scarso feeling con la panchina dei fantasisti è abbastanza semplice:

Davano per scontato tante cose quando giocavano e una volta passata la barricata non riuscivano a dare agli altri giocatori gli insegnamenti che a volte sono necessari per maturare.

Tra gli ex fantasisti poi passati in panchina, Capello ha dimenticato di nominare Johan Cruijff:

È vero, lui ha allenato il Barcellona. Forse non lo ricordavo perché l'ho battuto quando ero al Real Madrid.   

Messi o Ronaldo?

Nell'intervista di Capello su Ibrahimovic c'è tempo anche per qualche off-topic. Tra questi anche la sua preferenza nel duello eterno tra Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Anche in questo caso, Don Fabio non si tira indietro nell'esprimere il suo parere:

Cristiano Ronaldo è un giocatore costruito. È un campione grandissimo, straordinario ma non è un genio del calcio. È cresciuto step by step, Messi invece non ne ha avuto bisogno. Nella mia squadra ideale ho tre geni da inserire: Pelé, Maradona e Messi.

La spiegazione successiva, rende ancora meglio l'idea: 

Lionel è un genio perché riesce a fare cose che gli altri neanche pensano. Ha ragione il tecnico Sampaoli quando dice: "Bisognerebbe dare il pallone d'oro ogni anno a Messi e poi inventare un altro trofeo per i mortali".

Ecco, riguardo a quest'ultima affermazione, meglio non dire niente a Zlatan. Non la prenderebbe benissimo...

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