Baseball, MLB: Chicago Cubs campioni dopo 108 anni, la maledizione è finita

Maledizione chiama maledizione, ma da alcune ci si può liberare in modo molto semplice: vincendo. Proprio come hanno fatto i Chicago Cubs.

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Oddio, facile non sembra, visto che per farlo i Chicago Cubs ci hanno messo 108 anni, lasciando i Cleveland Indians a sbrigarsi il loro impaccio che dura dal 1948. Ma sul metodo non ci sono dubbi, è netto e inequivocabile. Fino alle 6.15 del mattino italiane di giovedì 3 novembre i Cubs erano la squadra più perdente, o meglio meno vincente, dell'ultimo secolo e più; ma dopo l'assistenza di Kris Bryant a Anthony Rizzo per il terzo out della parte bassa del 10° inning di gara7 della World Series, quella presunta maledizione si è dissolta tutta.

Più duratura è però un'altra maledizione, quella mediatica, quella giornalistica. Perché se è vero che in fase di presentazione della sfida era impossibile non menzionare il digiuno pluridecennale di entrambe le squadre, vera notizia, al tempo stesso non farlo voleva dire passare per indifferenti alla storia, alla tradizione, al racconto prolungato e aneddotico. E allora la maledizione non era quella di Cubs o Indians ma quella di doverne parlare a tutti i costi, nascondendo dunque tra una storiella, una capra, un gatto nero e altro altri argomenti di maggior spessore.

La vittoria di Chicago, arrivata in extremis con due prodezze di Ben Zobrist e Miguel Montero, è stata salutata con esplosioni mediatiche così grandi da far dimenticare che i Cubs avevano già dominato la regular season e che dunque erano i netti favoriti della postseason. L'elemento disturbatore di tutto questo non poteva essere tecnico o tattico ma solo scaramantico, cioè insulso, e dopo mesi di silenzio ha fatto benissimo Joe Maddon, il manager, a togliersi qualche sfizio nella prima conferenza stampa post-trionfo:

Forse mi sbaglio, ma la percezione che ho avuto è che ci si attendesse sempre una svolta negativa, mentre io mi aspetto che capiti qualcosa di buono. Io adoro le tradizioni e credo che meritino di essere mantenute, ma non le maledizioni e superstizioni.

Come a dire, e in effetti lo ha detto, che era assurdo attaccarsi al senso di inevitabile sciagura che incombeva sui Cubs dal presunto anatema di 71 anni fa, emesso dal proprietario di una capra a cui era stato impedito l'ingresso al Wrigley Field, lo storico - già all'epoca - stadio del North Side. Basta. Lo ha detto con giri di parole Maddon e lo diciamo pure noi, esaurito l'obbligo - una maledizione, appunto - di parlarne.

Joe Maddon, 62 anni

Favoriti fin da aprile, dunque, i Cubs. Arrivati nella finale della National League dello scorso anno, erano stati battuti 4-0 dai New York Mets dimostrando incapacità di adattarsi ai grandi lanciatori avversari, ma si era trattato - a posteriori - di una tappa di crescita arrivata forse fin troppo presto. Ulteriori rinforzi in inverno e una grande partenza di stagione, con il miglior bilancio della MLB in maggio colta in una memorabile serie contro Washington. Un calo verso fine giugno e il sorpasso ai loro danni da parte dei San Francisco Giants poco prima dell'All-Star Game, avversari però battuti subito dopo, e lasciati indietro.

Chapman
Aroldis Chapman, 28 anni

A fine luglio l'arrivo più significativo, quello di Aroldis Chapman dai New York Yankees: il miglior bilancio della MLB non aveva impedito infatti a Maddon e al management, guidato da Theo Epstein, di individuare nel closer il possibile punto debole. Closer, ovvero lanciatore che viene utilizzato con la squadra in vantaggio nell'ultimo inning per "chiudere" la partita. A dire il vero c'era già Hector Rondòn, dal rendimento accettabile, ma la scelta di ottenere Chapman in cambio di un paio di giovani promettenti ("prospetti" in gergo) aveva dato un ulteriore messaggio sulla voglia dei Cubs di vincere prima possibile e di colmare ogni possibile lacuna del roster. 

Hector Rondòn
Hector Rondòn, 28 anni

Curioso che proprio Chapman, utilizzato più a lungo del solito in gara5 e 6, abbia corso il rischio di danneggiare i suoi nel momento in cui doveva mettere invece in campo le doti per cui era arrivato: il fuoricampo da due punti con cui Rajai Davis ha pareggiato mercoledì sera nella parte bassa dell'8° inning, nell'ennesimo sviluppo inatteso di una gara7 tra le più dinamiche e incerte che si siano viste in tempi televisivi, quelli cioè in cui si può verificare con attendibilità che il mito corrisponda alla storia.

Chapman è poi stato sostituito da Mike Montgomery, altro arrivo estivo accolto con minore enfasi rispetto al cubano, ma gratificato dalla certificazione ufficiale della "salvezza" per quella gara7, grazie anche alla collaborazione di Bryant e Rizzo nell'eliminare Michael Martinez. Un altro segnale della profondità del roster dei Cubs, che scavalcando l'ostacolo della presunta maledizione si trovano ora di fronte a una luce mai vista: il lineup (ordine di battuta, che corrisponde quasi in toto allo schieramento difensivo) di gara7 conteneva cinque giocatori sotto i 25 anni, due di 27, il solo Dexter Fowler 30enne e Ben Zobrist, l'Mvp della serie, un po' in là con i suoi 35 anni.

Ben Zobrist
Ben Zobrist, 35 anni

Il che vuol dire, maneggiando contratti e rinnovi nel modo giusto, che i Cubs possono continuare a crescere e migliorare ancora, anche al netto dell'imprevedibilità degli sport di squadra. È questo il messaggio non secondario di una serie magnifica, e non per nulla gratificata da ascolti superiori a quelli di qualsiasi altra dal 2001 in poi: vincere ora, per i Cubs, può voler dire vincere ancora, messa definitivamente nel cestino della spazzatura qualsiasi parvenza di superstizione e zavorra emotiva, lasciata semmai agli Indians, fermi a quel 1948. Ma che vuol dire? Nulla, come vale per ogni aspetto della scaramanzia: Cleveland ha buonissimi giocatori, è andata a pochi centimetri dal vincere e può riprovarci, fregandosene di tutto. È la lezione di Maddon, che ha però dovuto attendere la fine di tutto, la fine vittoriosa, per poterla dire a pieni polmoni.

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