Dardai, il tuo nome è Hertha. Regalò 55mila litri di birra ai tifosi

Dardai, da giocatore dell'Hertha, perse una scommessa con i tifosi berlinesi e regalò loro 55mila litri di birra. E rifiutò il Bayern Monaco per non tradire.

Pal Dardai è l'allenatore dell'Hertha ma è anche l'anima del club. Lo è da 20 anni

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Un uomo solo al comando. Non nel senso che è isolato, ma nel senso che ha completa carta bianca e che è l’unico al quale l’Hertha Berlino si affida totalmente. Pal Dardai è un tutt’uno con la società, lo è sempre stato. L’ungherese è diventato allenatore del club il 5 febbraio 2015: quel giorno l’Hertha aveva l’acqua alla gola. Era infatti al penultimo posto con 18 punti dopo 19 partite. Peggio aveva fatto solo il Borussia Dortmund di Klopp. Immaginando che i gialloneri si sarebbero ripresi, la classifica era ancora più preoccupante. Pal è salito sulla nave che stava affondando e ha tappato tutti i buchi. Salvezza conquistata con discreta tranquillità, considerando che è arrivata con una giornata d’anticipo. Il successo di Dardai però ha sorpreso pochi.

Missione

Quando si siede sulla panchina dell’Hertha, Pal è un allenatore alle prime armi. Guidava l’Under 15 del club tedesco e, allo stesso tempo, la nazionale maggiore ungherese. Dirigenza e tifosi facevano però affidamento sul suo carisma. Quello sì, poteva fare la differenza. Nella storia dell’Hertha nessuno ha indossato più volte quella maglia in Bundesliga (286 presenze). Un combattente come lui non poteva snobbare la chiamata alle armi. Salvare l’Hertha era una missione. Lui l’ha portata a termine. Avrebbe potuto rimetterci, rovinare l’immagine creata in tanti anni da calciatore. Essere ricordato come uno dei responsabili per la retrocessione. Solo accettando il rischio però è potuto diventare il salvatore della patria, l’eroe.

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Carriera

Pal Dardai è berlinese, ma solo d’adozione. È infatti, nato e cresciuto in Ungheria. Centrocampista di discrete qualità (vanta 61 partite in  nazionale), nel 1997, a 21 anni, viene comprato dall’Hertha. Da quando è arrivato non se ne è più andato. L’amore per la squadra è troppo forte. Nel 1999, per esempio, Pal finì nel mirino del Bayern Monaco. Il club più forte e ricco di Germania lo voleva. Difficile rifiutare. Ma Pal non è uno qualsiasi. Inizialmente, a dire la verità, la trattativa sembrava ben avviata. Uli Hoeness lo chiamò a casa per chiudere l’affare. Al telefono rispose però la moglie di Pal, che, inspiegabilmente disse a Uli di attendere.

Mio marito è indaffarato ma fra massimo due minuti si libera. Attenda in linea.

Dire a Uli di aspettare non è da tutti. E Uli non avrebbe aspettato per un giocatore, un uomo qualsiasi. Per Pal però restò in linea. Il dirigente del Bayern non poteva immaginare cosa stesse accadendo in realtà. Pal era in salone e stava trattando con Dieter Hoeness (fratello di Uli) il rinnovo di contratto con l’Hertha. Trovato l’accordo, prese la cornetta, e, senza nemmeno scusarsi per il ritardo, pronunciò un’unica frase prima di congedarsi senza dare possibilità di replica:

Resto a Berlino, ma grazie dell’interessamento.

Dardai ha conquistato il pubblico in poche settimane. Era uno di quei giocatori che odi quando ti giocano contro perché sembra sempre stiano facendo la gara della vita contro di te. In realtà giocava sempre con la stessa aggressività. Per questo a Berlino lo amavano così. Nel 2008-09 l’Hertha a poche giornate dalla fine poteva raggiungere la qualificazione all’Europa League. Lo stadio di Berlino però è uno di quelli che in Germania si riempie con maggiore fatica. Pal voleva trasformarlo in una bolgia. Lanciò quindi una sfida al pubblico:

Se nelle ultime cinque partite casalinghe saranno presenti 55mila o più tifosi, comprerò 55 mila litri di birra che regalerò a chi riempirà gli spalti all’ultima contro lo Schalke.

Contro il Leverkusen si presentarono 58.800 persone, col Dortmund arrivarono in 74.200, contro il Werder vennero venduti 68.000 biglietti, contro il Bochum gli spettatori erano 70mila. Infine, all’ultima giornata, quella contro lo Schalke, lo stadio era tutto esaurito. Il pubblico era andato a riscuotere il proprio premio. L’Hertha arrivò quarto in classifica, perse la Champions per un solo punto. Grazie a Dardai però nessuno era triste, nessuno era deluso. Ed erano tutti ubriachi.

Leader

L’ennesimo gesto d’amore Pal lo regala al termine della stagione 2010-11. Le energie lo stavano abbandonando. Sapeva che non avrebbe potuto garantire la stessa intensità a quei livelli. Firmò allora un contratto di un anno al minimo sindacale e andò a giocare con la Seconda Squadra dell’Hertha, accettando di accontentarsi del campionato dilettanti. Il compito era aiutare i giovani a crescere. Durante quella stagione prese il patentino da allenatore e, dal luglio del 2012 è entrato in società come tecnico delle giovanili. Fino al salto in Prima Squadra. Dove Pal ha fatto capire di essere un allenatore molto esigente.

Allenatore

Pur essendo un sergente di ferro, Pal non urla tanto. Il perché lo ha spiegato proprio lui:

Se si alza sempre la voce non serve. Se urlo di rado i miei giocatori capiscono che quando lo faccio sono davvero arrabbiato. Fidatevi, non sono accomodante.

Nessuno ha mai pensato lo fosse. L’anno scorso l’Hertha è arrivato in Europa, ma in estate ha perso i preliminari di Europa League. Pal lì la voce l’ha alzate e non poco. E la squadra ha subito reagito. L’Hertha è terzo in classifica, dietro solo a Bayern e Lipsia. Per il secondo anno di fila l’Hertha si conferma ad altissimi livelli. Eppure, quando nel 2015, Dardai si sedette in panchina, la nave sembrava affondare. Semplicemente la squadra aveva bisogno di un comandante. E l’uomo giusto era lui. Serviva un uomo solo al comando. Serviva Dardai.

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