Cosa succede in Premier League con la Brexit: lo scenario dopo l'addio

L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea cambierà anche la Premier League: dallo status dei giocatori comunitari ai trasferimenti, ecco gli effetti previsti.

Graziano Pellè, attaccante del Southampton e della Nazionale inglese

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Premier League meno competitiva, maggiore spazio per i talenti inglesi. Sì, poste così le conseguenze della Brexit sul calcio di Sua Maestà sono decisamente portate alla sintesi più estrema. Ma sono proprio questi i poli attorno a cui si è sviluppato il dibattito sull’influsso che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea avrà sul campionato più ricco e seguito del mondo. Gli effetti strutturali non saranno immediati, la procedura che porterà la Gran Bretagna a staccarsi dal resto dell’Europa unita richiederà almeno un paio di anni (si stima che il processo si concluderà tra il 2019 e il 2020). Eppure i cambiamenti potrebbero già farsi sentire sulle strategie dei club inglesi. Ma anche dei giocatori stessi e dei loro procuratori, che valuteranno in maniera totalmente inedita la possibilità di cercare soldi e fortuna Oltremanica.

Dimitri Payet, una delle stelle della Premier League: dopo la Brexit, anche lui diventerebbe "extracomunitario"

La prima conseguenza macroscopica è anche quella più immediata da intuire: i calciatori italiani, spagnoli, francesi, tedeschi e degli altri Stati dell’Unione Europea saranno equiparati ai loro colleghi attualmente già “extracomunitari”. O meglio, questa è la prospettiva quasi automatica che segnerà una svolta epocale per il calciomercato internazionale, sicuramente la più radicale dai tempi della sentenza Bosman. Molto dipenderà dalle decisioni che attuerà il prossimo governo britannico, che succederà a quello del dimissionario Cameron. E, di conseguenza, da come tali modifiche verranno recepite dai massimi organi calcistici locali. Ma lo scenario che si avvista già all’orizzonte prevede l’estensione dei requisiti minimi per ottenere un permesso di lavoro - e poter giocare così in Premier League - che valgono oggi per i calciatori extracomunitari.

Un club della massima lega inglese può infatti acquistare un giocatore extra UE se, nei due anni precedenti, ha collezionato almeno il 30% di partite con la propria Nazionale maggiore (se quest’ultima è tra le prime 10 nel ranking Fifa); almeno il 45% per le selezioni tra l’11° e il 20° posto; almeno il 50% tra la 21esima e la 30esima posizione, fino al tetto del 75% tra il 31° e il 50° posto. In mancanza di tali requisiti, la Football Association valuta il contributo potenziale di un giocatore (il più delle volte giovani talenti di prospettiva), in base anche al suo valore di mercato e ai soldi spesi dal club acquirente. Per capirci: se la Lazio avesse accettato l’offerta presentata la scorsa estate dal Manchester United per Felipe Anderson (che non vanta ancora le presenze necessarie con il Brasile), i Red Devils si sarebbero poi rivolti alla FA per ottenere il via libera al tesseramento. Bene, questo intricato sistema di sbarramenti riguarderebbe anche i calciatori comunitari. Questo vale anche per quelli di origine extracomunitaria (i sudamericani, per esempio) in possesso però di passaporto comunitario.

Paul Pogba ai tempi del Manchester United

Nell’ultima stagione di Premier League, i giocatori provenienti - come il nostro Graziano Pellè - da uno dei Paesi dell’Unione (o legati allo Spazio Economico Europeo, come la Norvegia), erano 188. Circa un terzo del totale, cioè, dei tesserati delle 20 squadre della massima serie. Di questi, non tutti vanterebbero le presenze necessarie nelle rispettive Nazionali: all’incirca i due terzi. Un esempio? Il talento francese del Manchester United, Anthony Martial, o uno dei protagonisti più applauditi di Euro 2016, il fantasista del West Ham Dimitri Payet. Per i giocatori in questo tipo di situazione - come anche N’Golo Kanté, tra gli eroi del titolo vinto dal Leicester di Ranieri - la permanenza nei rispettivi club potrebbe richiedere nel prossimo futuro l’ottenimento del permesso di lavoro. Una rivoluzione davvero epocale, per un campionato che ha costruito le sue fortune anche sulla capacità di attrazione per i talenti più promettenti del panorama europeo: basti pensare alla scoperta del giovanissimo Paul Pogba da parte del Manchester United. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello di Cristiano Ronaldo, che gli stessi Red Devils prelevarono nel 2003 dallo Sporting Lisbona quando ancora non era il CR7 che tutti conosciamo.

Con il Regno Unito fuori dalla UE già nel 2003, per il Manchester United tesserare Cristiano Rolando sarebbe stato impossibile...

Un altro aspetto da considerare, tra i molteplici che stanno emergendo in queste ore, al momento dalle stime difficilmente pronosticabili, è l’impatto della Brexit sul costo dei tesseramenti dei giocatori stranieri. Con la prevista svalutazione della sterlina, infatti, il tasso di cambio rispetto all’euro renderebbe più pesante i trasferimenti in entrata per le casse delle società inglesi. In un quadro del genere, il dislivello tra le squadre più floride economicamente e quelle meno attrezzate si amplierebbe, andando a intaccare quella sorta di “democrazia” tra i club delle varie fasce che rappresenta uno dei fiori all’occhiello della Premier League.

Il numero uno della Premier League, Richard Scudamore

Non è un caso, insomma, che le 20 società di PL abbiano espresso il loro sostegno a favore della permanenza nell’Unione Europea. Un’unità d’intenti espressa dalle parole dal boss della Premier, Richard Scudamore:

Io credo che il Regno Unito debba restare in Europa, credo nella libera circolazione dei beni. C’è un’apertura tale nei confronti della Premier League che renderebbe assolutamente incoerente se sostenessimo le ragioni dell’uscita.

Ancora più accorato l’appello di una leggenda del football inglese come David Beckham, che attraverso un post su Instagram (in cui esulta insieme al francese Cantona ai tempi del Manchester United), ha speso parole appassionate a favore del “remain”:

Per i nostri figli e per i figli degli altri popoli, dovremmo affrontare i problemi del mondo insieme e non da soli.

I'm passionate about my country and whatever the result of Thursday's referendum, we will always be Great. Each side has the right to their opinion and that should always be respected whatever the outcome of the European Referendum. I played my best years at my boyhood club, Manchester United. I grew up with a core group of young British players that included Ryan Giggs, Paul Scholes, Nicky Butt and the Neville Brothers. Added to that was an experienced group of older British players such as Gary Pallister, Steve Bruce and Paul Ince. Now that team might have gone on to win trophies but we were a better and more successful team because of a Danish goalkeeper, Peter Schmeichel, the leadership of an Irishman Roy Keane and the skill of a Frenchman in Eric Cantona. I was also privileged to play and live in Madrid, Milan and Paris with teammates from all around Europe and the world. Those great European cities and their passionate fans welcomed me and my family and gave us the opportunity to enjoy their unique and inspiring cultures and people. We live in a vibrant and connected world where together as a people we are strong. For our children and their children we should be facing the problems of the world together and not alone. For these reasons I am voting to Remain

A photo posted by David Beckham (@davidbeckham) on

Un suo ex compagno in Nazionale, Sol Campbell, è stato invece tra i sostenitori più convinti del “leave” in chiave calcistica:

Assistiamo sempre più spesso a squadre infarcite di molti giocatori mediocri provenienti soprattutto dall’Europa, che chiudono le porte ai talenti inglesi e britannici.

Sol Campbell, tra i sostenitori del "leave" come effetto benefico per i vivai britannici

Ecco, proprio il concetto espresso dall’ex difensore dell’Arsenal e dei Three Lions risulta essere il punto forte su cui insiste chi, nel mondo del calcio britannico, vede di buon occhio l’uscita del Regno Unito dall’UE: la possibilità di puntare sui giovani locali, che godrebbero così di maggiore spazio per acquisire esperienza, esibirsi sui grandi palcoscenici e arrivare così a far lievitare il livello delle rappresentative Nazionali. Insomma, tornando a estremizzare ancora solo per un momento, un’Inghilterra che vince Mondiali ed Europei contro una Premier League meno dorata e internazionale potrebbe essere una prospettiva non così da fantascienza.

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