Super Bowl 50, attesa ed emozioni. Dalle 23 su Fox Sports

Si gioca questa sera a Santa Clara la sfida più attesa dell’anno, che mette di fronte Carolina Panthers e Denver Broncos. L’inviato di Fox Sports Roberto Gotta ci racconta le sensazioni a poche ore dal kickoff. Diretta su Fox Sports dalle 23

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C’è qualcosa di magico, nel sabato pre-Super Bowl vissuto nella città che ospita l’evento: quest’anno San Francisco, anche se Denver Broncos e Carolina Panthers alloggiavano verso sud, verso lo stadio di Santa Clara, dove si giocherà la partita. La magia è data dalla sparizione - puff, come se l’avesse gestita un illusionista - delle due squadre, se si fa eccezione per un breve resoconto giornalistico diffuso dai cosiddetti pool reporter, ovvero due giornalisti che hanno il compito di seguire gli allenamenti chiusi alla vista di qualunque altro estraneo e riferirne gli elementi principali.

La sparizione è reale ma virtuale: nel senso che anche quando svaniscono alla vista dei media e di chiunque non sia membro della squadra o familiare, i giocatori continuano a vivere sugli schermi, nelle innumerevoli ore di analisi e presentazione del Super Bowl, su ogni rete che ambisca ad approfondire. Una pellicola virtuale che avvolge tutto, mentre i suoi interpreti sono celati al mondo esterno, finché perlomeno - non ci sono regole precise per il coprifuoco, e c’è anche chi lascia elasticità - non verranno segnalati a cena in qualche ristorante di alto livello, e inevitabilmente descritti dai presenti come tranquilli, pacati, riservati, tutte caratteristiche legate all’estrema concentrazione richiesta.

Poi c’è modo e modo: in settimana, il coach dei Carolina Panthers, Ron Rivera, ha chiesto a uno dei radiocronisti, Eugene Robinson, di tenere un breve discorso alla squadra, relativo al tipo di concentrazione e di atteggiamento da assumere nei giorni della vigilia. E qualcuno ha sorriso: perché Robinson, nel 1999, fu protagonista di un episodio passato tristemente alla storia. Era il Super Bowl XXXIII e la sera prima della partita il giocatore, safety, venne arrestato dalla Polizia di Miami con l’accusa di avere contattato una prostituta, che era in realtà una poliziotta sotto copertura. Il bello (…) è che Robinson aveva moglie e figli in albergo a poche decine di metri di distanza, ed era stato premiato poche ore prima come Man of the Year non tanto per le sue prestazioni sul campo quanto per le qualità personali. Insomma, si può immaginare il discorso che Robinson può avere tenuto, magari ricordando che in partita, con gli Atlanta Falcons proprio contro i Denver Broncos, almeno un touchdown subito era stato a lui imputabile. Sempre che questo voglia dire qualcosa.

Nel fascino di queste ore che ci accompagnano verso il Super Bowl, dunque, c’è questa sparizione delle due squadre, pronte ad essere lanciate contro il mondo, o meglio l’una contro l’altra, questa sera, al Levi’s Stadium, già assaggiato nella giornata di sabato da entrambe, nel corso di una seduta che più che di allenamento è stata di conoscenza del prato, perfetto, degli spogliatoi e semplicemente dell’ambiente. Alla fine dello pseudo-allenamento dei Broncos è stata mantenuta un’abitudine, ovvero quella di permettere ad amici e parenti di giocatori e staff di scendere in campo, anzi qui a bordo campo - il terreno di gioco è sacro - e si è trattato di quasi 1000 persone. I Broncos, del resto, anche questa volta hanno portato al Super Bowl tutti i dipendenti, anche quelli di mansioni minori, così come ha fatto Carolina, suscitando l’ammirazione generale.

Perché il messaggio che arriva a volte è contraddittorio. I proprietari di squadre NFL (ma anche di altre leghe) sono non di rado personaggi che hanno ottenuto il successo nella vita applicando i metodi più cinici e spietati possibili, e che vengono visti in modo nebbioso da noi italiani, ad esempio, che non abbiamo sotto gli occhi e nelle orecchie i loro modi come accade invece per i nostri presidenti di calcio. Ma al tempo stesso molti di loro dimostrano una personalità positiva e un deposito di idee da far credere che abbiano comunque una marcia in più. Ed è il caso di Jerry Richardson, proprietario dei Panthers, 79 anni ed ex giocatore, che ha praticamente scritto nel patto di maggioranza del club l’intenzione di non spostarlo mai, e che è così amato dai colleghi da averne diviso in due, in modo non ufficiale, lo schieramento a proposito del tifo non dichiarato per questo Super Bowl: tanti vorrebbero veder uscire di scena Peyton Manning con una vittoria, che sarebbe la seconda in una finale, ma altrettanti sognano di veder finalmente premiate la passione, l’impegno e l’umanità di Richardson.

Peyton Manning

Il vero neutrale dovrebbe essere così, invece di rivestirsi di simpatie e antipatie dettate dal manuale, e impervie al ragionamento. Dovrebbe vivere ogni Super Bowl con il dolore e l’estasi, di soddisfazione per chi vince e di dispiacere per chi perde. Diventa facile se si ha accesso ai giocatori, in settimana: chi scrive ha visto ormai 20 Super Bowl e vissuto 22 settimane del Super Bowl e mai, tranne forse nel 2003 con gli Oakland Raiders, è riuscito nei giorni del prepartita non solo a capire quale delle due squadre avesse in sé la maggiore fiducia, ma anche a sentirsi emotivamente indirizzato verso l’una o l’altra. È accaduto anche questa volta. L’ammirazione per Manning e per alcuni dei suoi compagni di squadra, il ricordo di altri Super Bowl di Denver visti dal vivo e terminati con batoste pesanti (1988, 1990, 2014) contro l’unico visto vincente (1999), la simpatia per i colori e per la città, la consapevolezza che il proprietario, Pat Bowlen, 71 anni, colpito dall’Alzheimer dal 2014, potrebbe non vedere altri successi nella sua vita cosciente, una vita nella quale l’hai anche visto piangere, tutto vestito di bianco, dopo il tracollo del Super Bowl del 1990; ma dall’altra parte la speranza che terminino le critiche faziose a Cam Newton, il desiderio di veder affermato uno stile di gioco più vario del solito, con il gioco di corsa così diversificato, la voglia di vedere un nome nuovo nell’albo d’oro, il ricordo della delusione del Super Bowl 2004 perso, poi ripreso poi ancora perso. Quale delle due pesa di più, scusandoci per l’esempio personale? Nessuno, e ci dispiace che questo sentimento sia poco diffuso, in un mondo in cui ci si precipita a prendere posizione e a fare proclami, magari da parte di chi a campo ancora calpestato della semifinale di conference tra Broncos e Steelers aveva sentenziato che i New England Patriots avrebbero fatto un solo boccone dei Broncos stessi, e nonostante la figuraccia non riesce a trattenersi dallo sparare previsioni.

Essere al Super Bowl aiuta ad affezionarsi a entrambe, a felicitarsi con chi vince e commiserare con chi perde, anche se è rarissimo che la visione di tifosi sconfitti sia in grado di turbare, perché nel 90% dei casi un’espressione triste o seria è l’unico elemento che permette di capire il sentimento. Mai viste reazioni isteriche, mai visti momenti di tensione, mai avuta la sensazione, perlomeno allo stadio e nei suoi immediati dintorni, che il risultato avesse provocato tragedie o condizionato in modo irreparabile il morale e la vita del tifoso deluso. Che sarebbe poi il segreto per una vita migliore.

Impossibile a dire il vero capirci qualcosa anche prima: il flusso di tifosi di Broncos - più numerosi, anche perché partiti da distanze minori - e Panthers è stato comunque omogeneo sul piano dell’entusiasmo e della dimostrazione di ottimismo, sempre che urlare “Go Broncos” o “Go Panthers” appena si vede una telecamera accesa sia dichiarazione di qualcosa di concreto. Non c’è nemmeno un parallelo tra la riservatezza da senior di Peyton Manning e il supporto dei suoi tifosi, mentre vaga per l’aria il sospetto che Newton, con la sua esuberanza sorridente e la sua personalità indomabile, abbia contagiato in qualcosa i suoi fan più accaniti, peraltro quasi tutti incapace di ripetere con esattezza, o con grazie, il gesto del dabbing, testa appoggiata all’interno del gomito del braccio piegato, mentre l’altro braccio è teso all’indietro. L’hanno fatto tutti, giocatori e staff, nella foto di gruppo del sabato, dando dimostrazione di unità e di divertimento, e anche qui si torna ai dubbi di tutto questo articolo. Ovvero, è più facile che vinca chi è rilassato, scherza e si diverte assaporando il gusto di una settimana al centro del mondo, o chi invece resta concentrato sul proprio lavoro e tutto il mondo fuori non sa neppure cosa sia? Non si sa, anzi non ha senso saperlo, dato che la statistica su un tale argomento sarebbe completamente a fondo perduto.

Ed ecco allora che da una somma di alcune certezze - quelle sulle vigilie tutte uguali, sull’identità dei personaggi di spicco, sulla precisione della preparazione tattica e psicologica - esce ogni volta la totale incertezza sull’esito finale, che solo a posteriori può arrivare dall’analisi, viziata, di comportamenti tenuti.

È per questo che vi lasciamo alla giornata, all’attesa, alla partita, condividendo l’impossibilità di fare una previsione. Le analisi, spesso fatte con enorme perizia e bravura, possono prefigurare scenari pressoché perfetti che risentono però dell’assenza dell’elemento di imprevedibilità proprio di tutti gli sport, e che fa sì che non li possa giocare seriamente a tavolino.

Dedicate un pensiero a Panthers e Broncos, oggi, se avete tempo e voglia. Per 53 di loro più staff tecnico e dirigenziale questa potrebbe essere la giornata più bella della vita, e per gli altri 53 più staff tecnico e dirigenziale potrebbe risultare la più brutta, e a poche ore dal kickoff non si riesce a capire da quale parte andrà l’ago.

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