Super Bowl XI: Oakland, si comincia!

Primo titolo per una delle squadre più rinomate della NFL, anche se proveniente dalla lega ex rivale. E per fortuna non si chiamarono Señors

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Le vie del Signore sono infinite, mentre le vie dei Minnesota Vikings verso il quasi imperituro imbarazzo delle quattro sconfitte su quattro al Super Bowl si possono ridurre a una: un dominio. Subito, ovviamente, non imposto. Una squadra che in regular season e nei playoff calpestava gli avversari ma che al Super Bowl subiva sempre e non riusciva quasi a restare in partita, come dimostra la storia di quelli che abbiamo raccontato, e che non racconteremo più, perché da questo 1977 in poi i Vikings alla finale non sono più arrivati, perdendo in maniera angosciante una finale di conference in casa contro gli Atlanta Falcons nel 1999 e nel 2010 a New Orleans, nella famosa partita in cui venne poi scoperto che i giocatori dei Saints avevano premi speciali per far male al quarterback Brett Favre, anche se sul campo gli arbitri non notarono nulla di disonesto.

Ogni volta i Vikings si scontrarono con squadre che per un motivo o per l’altro erano superiori. Questa volta toccò loro assaggiare il potere montante degli Oakland Raiders, tuttora una delle squadre di culto della NFL per via della popolarità acquisita in quegli anni Settanta, dopo che la decade precedente aveva visto la loro nascita e la loro crescita nella vivace (eufemismo) città situata di fronte a San Francisco, anche se la baia e la foschia la rendono spesso a malapena visibile. Alla loro fondazione, nel 1960, i Raiders avrebbero dovuto chiamarsi Señors, dopo un concorso indetto dal club, ma il nome parve così ridicolo da meritare il cambiamento, senza danni per la signora che aveva suggerito Señors e venne ugualmente beneficiata del viaggio premio previsto per la vincitrice. Nome e logo parevano fatti per intimidire e creare un culto, ma solo con le vittorie la squadra poté essere presa sul serio: sconfitta nel Super Bowl II, non era più tornata alla finale ma era spesso arrivata ai playoff dove aveva ingaggiato una grandiosa serie di battaglie con i Pittsburgh Steelers, rivalità sentitissima negli anni Settanta, ora svanita.

L’episodio più celebre fu quello della cosiddetta Immaculate Reception, gioco su parole su Immaculate Conception, anche se non c’era un legame temporale tra quella partita e l’8 dicembre, dato che si giocò 15 giorni dopo, nel 1972. Si era a Pittsburgh e su un lancio di Terry Bradshaw al quarto tentativo dalle 40 yard difensive, con Oakland in vantaggio 7-6 il pallone venne deviato contemporaneamente dal safety di Oakland Jack Tatum e dal running back degli Steelers John ’Frenchy' Fuqua; la palla fu presa al volo ad altezza lacci delle scarpe da Franco Harris che si involò per 60 yard totali in touchdown. Azione tra le più note nella storia della NFL, e mai chiarita: secondo le regole dell’epoca infatti se il pallone fosse stato toccato solo da Fuqua il touchdown sarebbe stato irregolare, perché solo un attaccante che aveva già toccato un pallone poteva poi impossessarsene, ma secondo gli arbitri a toccarlo per ultimo - o unicamente - era stato Tatum. Le immagini tv non aiutano: come era suo solito, Tatum si gettò con tutta la sua forza su Fuqua, e lo scontro fu così violento da non rendere comprensibile chi fosse l’autore dell’ultimo, o unico, tocco. All’aeroporto di Pittsburgh c’è una statua di Harris che lo ritrae mentre raccoglie al volo il pallone, quasi a girare il coltello nella piaga dei Raiders, che però si rifecero proprio nei playoff della stagione 1976, battendo gli Steelers nella finale della AFC e guadagnando così l’accesso alla sfida contro i Vikings. 

Che anche stavolta non segnarono punti nel primo tempo, come era già successo nei tre Super Bowl precedenti. Ebbero una grande occasione sullo 0-0, nel primo quarto, dopo avere bloccato un punt di Ray Guy e avere recuperato la palla a 3 yard dal touchdown. Subito dopo però il running back Brent McClanahan perse a sua volta il pallone, finito ai Raiders, e nel resto del primo tempo Minnesota riuscì solo a guadagnare un primo down, se si eccettua l’ultima azione, con un lancio di 26 yard di Fran Tarkenton per Chuck Foreman, con i Raiders però schierati nel tipo di difesa che voleva impedire lanci lunghissimi e concedere quelli medio-corti. Il 19-0 di Oakland a metà terzo quarto chiuse di fatto la partita, segnalando al tempo stesso le difficoltà dell’attacco dei Vikings, mentre la difesa pur avendo concesso due touchdown era perlomeno riuscita a limitare gli avversari a due calci da tre punti nelle altre due occasioni. Il resto della partita fu accademico per il punteggio ma non ovviamente per chi era in campo, che continuava a darci come se fosse l’ultima partita della propria vita. Dal punto di vista dei ricordi, anche televisivi, fu spettacolare l’intercetto di Willie Brown, dei Raiders, riportato in touchdown per 75 yard, perché la corsa sempre più infervorata del difensore fu inquadrata perfettamente dalle telecamere di NFL Films, posizionate direttamente di fronte a lui. Mvp della partita fu Fred Biletnikoff, che non aveva segnato ma aveva contribuito con ricezioni perfette alla maggior parte dei possessi di palla di Okland chiusisi con punti.

Super Bowl XI - Rose Bowl, Pasadena, 9 gennaio 1977

Oakland Raiders-Minnesota Vikings 32-14 (0-0, 16-0, 3-7, 13-7)

Mvp (miglior giocatore): Fred Biletnikoff, wide receiver, Oakland Raiders

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