L'importanza di chiamarsi Sébastien

L'analisi di Lucio Rizzica sul momento straordinario del francese della Volkswagen

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Vien quasi da pensare che fra Loeb e Ogier il vero filo conduttore sia il nome di battesimo: Sebastiano.  E che non sia un caso che il significato greco del nome ‘Sabastos’ corrisponda a ‘degno di venerazione e di rispetto’. Esattamente ciò che spetta a un campione di rally che per nove volte si è già issato sul tetto del mondo, come Loeb, e al suo erede designato Ogier, che già vede il terzo titolo iridato consecutivo a portata di mano, specie ora che dopo la tappa in Sardegna ha aumentato a  +66 il proprio vantaggio in classifica sul più diretto, si fa per dire, avversario Ostberg, doppiato.

Sono infatti bastati i primi sei appuntamenti in calendario (su 13 complessivi) per scavare un solco profondo fra Ogier e il resto dei pretendenti al successo finale. Eccezion fatta per Argentina (Meeke) e Portogallo (Latvala), il cannibale ha conquistato già 4 successi stagionali e corre oramai per se stesso:  perché si piace, perché sa di essere il più forte, perché si stupisce quando non arriva primo, perché vuol crescere ancora a avvicinare di un altro gradino la leggenda Loeb.

Quel Loeb che in lui riconobbe le stimmate del campioncino quando se lo ritrovò accanto come compagno di squadra nel team ufficiale Citroen nel 2011. Già con lo Junior Team, al volante di una C4, Ogier teneva testa al più titolato competitor sulla terra. Ma sulla DS3 la convivenza divenne presto difficile. Finì con cinque vittorie per parte e titolo a Loeb. Ma siccome un lupo riconosce sempre un proprio simile e potenziale capobranco, giunsero chiari inviti a cambiar aria al lupacchiotto rampante. Loeb lo accusava di non accettare gli ordini di squadra ed essere pubblicamente insofferente, un aspetto che minava la loro convivenza.

Oggi il lupacchiotto è cresciuto e riconosce di aver patito in passato la convivenza con il pluricampione del mondo, ammettendo però onestamente di aver ricevuto in cambio della sofferenza una buona popolarità. E non solo in Francia. Già nel 2010, quando Ogier fu contattato da Ford, Loeb gli suggerì inascoltato che forse sarebbe stato un bene per tutti correre da avversari. A chi crede che sia arrogante, Ogier risponde di essere solo non politicamente corretto. E ne sa qualcosa Latvala che dopo il successo lusitano lo ha sentito sottolineare che ‘a volte non sono proprio i migliori che vincono’.

In questo momento Ogier avversari non ne ha. Salvo la pressione, i regolamenti, le ambizioni limitate di Latvala, Meeke e degli altri. Perciò continua a vincere e ha già messo una grossa ipoteca su un altro mondiale.  E non è certo finita qui, anche se – per opportunità - è meglio fingere una certa modestia, come ad esempio ha fatto su Twitter dopo la vittoria in Sardegna…


Ogier che non si aspettava di vincere? Ma chi gli crederà mai… anche perché nei rally uno che già si chiama Sébastien a perdere proprio non ci pensa mai. Dal 2003 al 2012 l’albo d’oro sciorina le meraviglie di Sébastien Loeb. Dal 2013 quelle di Sébastien Ogier. Diceva lo psicologo Laurence Peter, che se ‘le statistiche sono più flessibili, i fatti sono ostinati’. Anche Ogier lo è e i fatti – appunto - lo dimostrano…


di Lucio Rizzica


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