Il ricordo di Ed Sabol, il "padre" della NFL

È scomparso all’età di 98 anni l’uomo che nel 1962, producendo un documentario sulla Lega, le permise di mostrarsi nel suo volto più epico, e guadagnare una popolarità che non ha mai più lasciato

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L’omaggio migliore che si potesse fare a Ed Sabol, scomparso ieri all’età di 98 anni, è che grazie al suo lavoro non c’era nemmeno bisogno che un appassionato di football guardasse una partita NFL. Gli bastava attendere la sintesi di pochi minuti prodotta dalla NFL Films, ovvero il reparto audiovisivo della lega, e distribuita nel programma This Week in Pro Football, in onda in tre quarti d’America, nei tempi eroici, come prima e unica possibilità per il telespettatore di capire cosa diavolo fosse successo in campo. Solo che guardare una produzione di NFL Films voleva dire, appunto, andare oltre. Voleva dire veder scomposti il semplice (?) gesto tecnico e la semplice (?) progettualità tattica di ciascuna azione in una serie di movimenti epici, descritti nella minuzia dell’immagine più ancora che della parola, voleva dire un testo roboante, epico, commentato da una voce che non per nulla venne definita la Voce di Dio, quella di John Facenda, altro personaggio che come Sabol ha segnato la storia.


Non sorprenda, un omaggio così in questo sito. Siamo in tv, e il connubio NFL-tv è il più solido di tutti gli sport professionistici americani, a giudicare dagli ascolti e dalle somme di denaro garantite dalla emittenti alla lega. La visione con il paraocchi e la memoria ridotta, però, portano a credere che sia sempre stato così, e sarebbe un errore. Fino ai primi anni Sessanta, infatti, del football professionistico importava a relativamente pochi americani. La vera grande passione era il baseball, che nei decenni si era costruito una sua mitologia gentile e territoriale, una sua epica martellante ma gradevole. Sono troppi, i racconti di persone cresciute negli anni Cinquanta o Sessanta, per non lasciare un segno: gente che da aprile in poi si attaccava alla radio, specialmente nei caldi pomeriggi estivi in cui in alcune zone era arduo uscire, e ascoltava le partite della squadra più vicina, ma anche quelle di St.Louis Cardinals e dei Chicago Cubs che con il loro segnale coprivano mezzo Midwest e diventavano i preferiti anche di chi Chicago non sapesse neppure come era fatta. John Henry, il proprietario dei Boston Red Sox (e del Liverpool), è tra coloro i quali, cresciuti nella fetta centrale di America, si appiccicarono a Cards o Cubs ascoltandoli alla radio e elaborando una fantasia di come dovessero essere belli, bravi, invincibili, inossidabili non solo i giocatori, ma anche i commentatori, diventati spesso (ma non è il massimo) essi stessi oggetti di culto. C’era poi il college football, per motivi di territorio, fedeltà, tradizione, e il football pro veniva molto dopo, visto spesso come passatempo lontano, troppo saltuario, i cui giocatori non avevano la dignità popolana di quelli di baseball o la guancia rubizza dello studente-atleta del football universitario. La finale NFL del 1958, la celebre New York Giants-Baltimore Colts finita al supplementare, aveva smosso qualcosa, aveva dato la percezione che il football giocato per soldi potesse aprirsi un varco nell’affetto della gente, e non per nulla da quel giorno si erano aperte le discussioni relative ai contratti con le reti televisive, facilitati poi nel 1961 da un atto presidenziale che permetteva alla NFL di negoziare collettivamente i diritti, ma la scintilla scattò nel 1962 proprio grazie a Sabol.


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