Il giorno in cui il calcio (quasi) scomparve

Sono passati 57 anni dal disastro aereo di Monaco di Baviera, in cui persero la vita otto giocatori del Manchester United, tra cui la stella nascente Duncan Edwards, oltre a membri dello staff e giornalisti

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Come ha scritto Gary James, autore di una monumentale storia della Manchester calcistica, di nessun altro evento si è parlato e scritto tanto, nella città e nella regione, quanto della tragedia di Monaco del 6 febbraio 1958, di cui ricorre oggi il 57esimo anniversario. Nella neve e nella foschia dell’aeroporto del capoluogo bavarese, il bimotore che trasportava il Manchester United, un Airspeed Ambassador della compagnia British European Airways, fallì il terzo tentativo di decollo, sfondò la recinzione a fine pista e si spezzò nel contatto d’ala con una casa. Danni gravi ma non tragici, se non fosse stato che una parte della carlinga colpì un garage di legno all’interno del quale c’era un camioncino contenente pneumatici e taniche di carburante, che presero fuoco. 20 dei 44 tra passeggeri e membri dell’equipaggio rimasero uccisi sul colpo, altri tre non riuscirono a sopravvivere alle ferite. Tra le vittime, otto giocatori e tre dirigenti dello United, otto giornalisti al seguito, l’agente di viaggio e un tifoso vip, proprietario di una scuderia e amico dell’allenatore Matt Busby, rimasto invece gravemente ferito. 

Erano tempi in cui il volo non era ancora considerato un fatto acquisito, una routine, ma anzi visto ancora come una sorta di avventura, eccitante per gli intraprendenti, pericolosa per chi non riusciva ad abituarsi all’idea, ed è per questo che i disastri aerei suscitavano un’eco enorme a prescindere da luogo e identità delle vittime, ma si può solo immaginare l’effetto che fece nel Regno Unito e in Europa la notizia che ad essere decimata era stata la squadra due volte campione d’Inghilterra e ben piazzata per il tris, ricca di giocatori giovani e di avvenire importante, un gruppo che era stato soprannominato Busby Babes proprio per la simbiosi con l’allenatore che ne aveva curato lo sviluppo. 

Il disastro fu causato, tecnicamente, dall’accumulo di neve bagnata in fondo alla pista, che frenò il velivolo impedendogli di raggiungere la velocità minima per il decollo, dopo che aveva però superato quella oltre la quale rinunciare a staccarsi da terra è più pericoloso che provarci. La peggiore delle circostanze, per chi deve pilotare. Sia il comandante, James Thain, sia il suo vice, Ken Rayment, si erano formati in tempo di guerra e avevano affrontato condizioni estreme dal punto di vista atmosferico e dei combattimenti, ma quel giorno era diverso, e l’incidente arrivò alla fine di una lunga serie di circostanze ininfluenti se prese una per una, ma drammatiche nella loro somma. Bisogna partire da lontano, per capirle. Molto lontano.

Innanzitutto, il Manchester United si trovava a Monaco perché impegnato nel ritorno a casa dopo il quarto di finale di Coppa dei Campioni a Belgrado, 3-3 contro la Stella Rossa che aveva qualificato i Red Devils alla semifinale, considerando il 2-1 a Old Trafford. Lo United era alla sua seconda partecipazione, dopo la semifinale persa nel 1957 contro la futura vincitrice, il Real Madrid, e alla coppa teneva molto. Al punto da avere sfidato la Football League, ovvero la lega, che aveva impedito al Chelsea di iscriversi alla prima edizione del 1955-56 in quanto tale sforzo era ritenuto deleterio per lo sviluppo della squadra e in generale del calcio inglese, atteggiamento che dimostrava l’inutilità del doppio tracollo del 1953 della nazionale contro l’Ungheria, il quale invece avrebbe dovuto stimolare al confronto con altri tipi di calcio. Vero che Alan Hardaker, potentissimo segretario della Football League, un tizio che prima di fare la guerra era stato licenziato dal… padre che lo aveva sorpreso a giocare a domino sul lavoro, non pensava al benessere generale ma a quello dei club: giocare in impegnative e scomode (anche se poche) partite in giro per l’Europa durante la settimana, secondo Hardaker, toglieva energia e lucidità alle squadre che dovevano invece avere come principale obiettivo i successi in patria. Lo United in accordo con la Football Association aveva dunque deciso di sfondare il no della Football League, e si era iscritto nel 1956, ripetendosi nel 1958. Ma Hardaker non mollava: e allora i dirigenti del club fecero di tutto per sistemare l’aspetto logistico in modo da fargli capire che con una buona organizzazione si potevano risparmiare le energie. Era accaduto che in occasione degli ottavi di finale la nebbia aveva impedito al volo di ritorno da Praga di proseguire per Manchester, e i giocatori, scesi ad Amsterdam, avevano preso traghetto e treno ed erano arrivati stanchi alla successiva partita di campionato. Decisione: per la trasferta di Belgrado ci voleva un charter a completa disposizione della squadra, soggetto solo alle condizioni atmosferiche e non a orari ed esigenze altrui. Di fatto, dunque la compagnia BEA aveva il compito di riportare la squadra a casa prima possibile, ovvero entro il giorno dopo la partita. Solo che il decollo da Belgrado avvenne con un’ora di ritardo a causa di un problema burocratico, in quanto uno dei giocatori, Johnny Berry (poi sopravvissuto), si era dimenticato il passaporto in hotel. L’autonomia dell’Airspeed Ambassador non era sufficiente per coprire l’intera distanza tra Jugoslavia e Manchester, per cui il previsto atterraggio a Monaco per il pieno di carburante avvenne alle 14.15, in ritardo sul programma. Effettuato il rifornimento, i primi due tentativi di decollo non riuscirono, a causa di indicazioni anomale delle spie del motore sinistro, e i giocatori furono fatti scendere e accomodare in un salottino. Nel frattempo aveva iniziato a nevicare, e alcuni dei giocatori erano già rassegnati a passare la notte a Monaco, tanto che uno di loro, Duncan Edwards, si premurò di mandare un telegramma alla signora che lo ospitava in una stanza - un classico del calcio inglese fino a pochi anni fa - per dirle di non aspettarlo quella sera. Thain però decise di provare una terza e ultima volta, prima di rassegnarsi a restare in Germania, affrettando le operazioni di imbarco, durante le quali alcuni, come Edwards, scelsero di spostarsi in coda al velivolo, ritenendo che fosse una zona più sicura. Fu purtroppo una decisione fatale a tutti quelli che la presero, tra cui Frank Swift, notissimo ex portiere del Manchester City - svenuto per l’emozione al termine della finale di FA Cup del 1934 - che era poi diventato giornalista. Edwards, di tempra robustissima, lottò ancora per 15 giorni contro le gravi ferite riportate, ma si spense il 21 febbraio, e la sua fu la scomparsa che fece più impressione, magari ingenerosamente verso gli altri. 21 anni appena, mediano abile a difendere e contrattaccare, venne descritto da quelli che lo avevano visto, e avevano giocato con lui, come un fenomeno: secondo Bobby Charlton, che nel disastro rimase solo ferito, Edwards «era l’unico che mi faceva sentire inferiore», mentre secondo Terry Venables, all’epoca giocatore poi anche allenatore della nazionale inglese oltre che di vari club, se fosse rimasto in vita sarebbe stato Edwards, non Bobby Moore, a sollevare nel 1966 la Coppa del Mondo da capitano dell’Inghilterra. Possiamo solo fidarci, anche se restii a credere a iperboli, che sono però più affidabili se vengono da giocatori, e non da osservatori esterni: e peraltro Edwards anche fuori dal campo aveva sempre condotto una vita pulita, lineare, impeccabile. Da astemio - e già questo lo distingueva dalla massa - e da moderato in generale, tanto che aveva deciso di imparare il mestiere del falegname per premurarsi contro un eventuale insuccesso nel calcio.

Busby venne informato della morte di Edwards mentre era ancora in ospedale, dove per due volte ricevette l’estrema unzione prima di riprendersi, uscendone però solo ai primi di aprile. Nel frattempo quel che restava della squadra, di cui non facevano più parte non solo i giocatori deceduti ma anche quelli che erano stati costretti a lasciare il calcio a causa delle ferite, era tornata in campo reclutando tra le formazioni giovanili. Lo United, che per qualche giorno dopo la tragedia aveva anche rischiato la chiusura per scarsità di personale, non riuscì a reggere nella corsa al titolo, ma arrivò alla finale di FA Cup, persa 2-0 contro il Bolton Wanderers, mentre nella semifinale di Coppa Campioni superò per 2-1 il Milan all’andata, perdendo però il ritorno per 4-0.  

La partita più bella della stagione restò forse quella dell’1 febbraio, sabato, sul campo dell’Arsenal, vinta per 5-4. Highbury pieno, giornata invernale come clima e terreno, spalti spettacolarmente monocolore grigio, colpi di scena, mentalità offensiva, maglie bellissime in quanto prive di marchi di sponsor principali o tecnici. Un pomeriggio di puro calcio inglese, di quelli in cui l’ultimo dei pensieri è che un’armonia tale tra natura, sport e gente possa essere interrotta da una tragedia. Nella tribuna stampa, che da quei tempi a fine anni Ottanta non mutò molto di dimensioni, restando angusta e scomoda, sedeva quel giorno Charles Buchan, l’ex giocatore di Sunderland ed Arsenal poi diventato giornalista nonché artefice della più celebre rivista mensile del periodo. Buchan scrisse così, di Arsenal-Manchester United: «per me, personalmente, la notizia del disastro aereo è stata sconvolgente. Li avevo visti a Highbury dare una splendida esibizione di calcio, una delle migliori degli ultimi anni, e ho pensato che quella squadra, acquisendo esperienza, sarebbe diventata la più grande macchina da football del secolo». Parole uscite nel numero del Charles Buchan’s Football Monthly che portava la data marzo 1958, ma la cui copertina per esigenze di tempistica era stata stampata proprio nelle ore in cui lo United lasciava Manchester per Belgrado. E su quella copertina c’era Duncan Edwards.

di Roberto Gotta

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