Super Bowl time: è arrivato il momento

Solo poche ore all'evento sportivo più seguito al mondo

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È un cancello stretto, quello che porta all’essenza del Super Bowl. Non è facile passarvi, neanche per chi sa che al di là della staccionata c’è un mondo meraviglioso, esaltante, passionale, scintillante. Anche crudele, ma solo per chi perde. Si affollano in tanti, per entrare, e ognuno sventola le proprie credenziali. Entrano certamente le due squadre, entrano gli arbitri, entra il pubblico, entrano le migliaia di volontari e addetti logistici, entrano i dirigenti della lega: ma questo è l’ingresso materiale, quello fisico, non quello teorico, quello spirituale, quello virtuale. Dal quale non passano invece molti degli elementi che caratterizzano il lungo prepartita, due settimane di ragionamenti e analisi perfezionate ma anche di polemiche e di aria fritta, che negli Stati Uniti si chiama ”hot air”, ovvero aria calda. L’accesso è riservato solo, fatta eccezione per le esibizioni canore dell’intervallo, al football puro, alla partita, alla gara. Ovvero al cuore di tutto, perché per quanto la NFL celebri l’attesa e l’occasione con feste ed eventi di ogni tipo, anche al limite della frivolezza, la partita conta più di qualsiasi altra cosa, è alla base di tutto, da nerbo e carattere a tutto il resto, lo sublima e gli conferisce ossigeno.

Non è solo questione di sottolineare il banale, ovvero che senza partita non ci sarebbe la Super Bowl Week con tutti i suoi eccessi e le sue luci. È che la partita spunta da ogni parte, da ogni monitor che trasmette le immagini dell’NFL Network, dalle facce di ex giocatori che incontri, dalle analisi che nei media non passano mai in secondo piano rispetto al contorno, al colore, ai suoni accattivanti di chi vorrebbe vivere questi giorni solo fino al venerdì, tra un gadget e una delle innumerevoli feste, dimenticandosi che questo è un evento agonistico, e che nei ricordi della gente ci saranno il vincitore, un po’ meno lo sconfitto e molto meno, o poco, l’interprete del concerto all’intervallo o il nome della zona (Super Bowl Central, stavolta a Phoenix) dedicata ai tifosi in città.

È come se lo spirito del football giocato vigilasse in ogni momento, racchiudendo il versante festaiolo e affaristico del Super Bowl entro confini visibili solo allo spirito stesso, elastici e al tempo stesso solidi. La solennità della partita vive sottotraccia nei giorni dell’avvicinamento, ma emerge poco alla volta nel fine settimana, paradossalmente in marcia opposta rispetto alla visibilità dei giocatori: che vengono offerti, più che offrirsi, a tutti i media dal lunedì al giovedì in tarda mattinata, poi spariscono alla vista, a meno che non si tratti di interviste preordinate, individuali, generalmente con grandi testate o network televisivi.

Non vanno propriamente in ritiro monastico, anzi sono liberi di uscire, una volta assolti gli obblighi tecnici e tattici, a patto che rientrino ad una certa ora. Sta poi a ognuno di loro accorciare i tempi secondo predisposizione psicologica, culturale, professionale, e certi dettagli peraltro si vengono sempre a sapere a cose fatte. In positivo, come quando emerse che la sera prima del Super Bowl del 2011 Mike McCarthy, coach di Green Bay, con una mossa di palese significato psicologico aveva fatto prendere le misure del dito ai suoi giocatori, così da facilitare le pratiche per il confezionamento dell’anello da vincitori; o in negativo, e gli esempi non mancano.

Nel 1999, ad esempio, si apprese che la sera prima della partita Eugene Robinson, safety degli Atlanta Falcons, era stato arrestato (poi subito rilasciato su cauzione) per avere accostato quella che pensava essere una prostituta, ed era invece una poliziotta sotto copertura, definizione peraltro inadeguata a descriverne il probabile (scarso) abbigliamento. La sera della partita Robinson giocò male, ma considerando che i Denver Broncos erano comunque superiori ai Falcons non c’è la riprova che senza l’arresto, il rilascio, il ritorno in hotel con l’imbarazzo addosso - erano ospiti dell’albergo pure moglie e figli… - le sorti sarebbero state diverse. Robinson, tra l’altro, aveva ricevuto nel pomeriggio del sabato il premio Bart Starr riservato al giocatore NFL dalla statura morale più alta: tempo poche ore e dimostrò di non meritarlo, anche se la sua disavventura fu più una presa d’atto di quanto siano assurdi certi riconoscimenti, senza una reale conoscenza del carattere delle persone, che non il segnale di una ipocrisia galoppante del giocatore stesso.

A prescindere da episodi come questi, o come quello di Stanley Wilson dei Cincinnati Bengals trovato inebetito dalla droga in stanza la sera prima, o di Barret Robbins di Oakland semplicemente sparito (era sotto stress, fu ritrovato così fuori di testa da credere che la propria squadra avesse vinto, quando invece aveva preso una discreta suonata), i giocatori entrano dunque in una sorta di guscio protettivo, dal giovedì metà giornata, e riappaiono solo la domenica nel tardo pomeriggio, allo stadio.

Puntini indistinti quando entrano a gruppi per il riscaldamento, in un ambiente ancora mezzo vuoto, perché l’ingresso dei tifosi avviene lentamente e con rapidità concentrata nell’ultima mezz’ora; entità maggiormente identificabili quando, tornati negli spogliatoi in un’atmosfera che comincia a fremere, ne riemergono per entrare definitivamente in campo, ed è in realtà lì che inizia il Super Bowl, con la presentazione delle squadre, con il tono epico che però qui sembra perfettamente adeguato, con l’animazione improvvisa delle tribune, che dà la definizione perfetta di “crescendo”, che culmina, per tutto quanto non sia strettamente azione di gioco, nell’inno nazionale, corredato dal flyover ovvero dal volo radente di qualche aereo della Marina o dell’Aviazione.

Ci sarebbe poi un altro momento particolare, che rappresenta la fusione di tutto quanto genera emotività nel pre-partita e al tempo stesso dà il segnale di inizio delle ostilità e chiude definitivamente fuori dal cancello frivolezze e festicciole: il lancio della monetina. Dal tono solenne utilizzato dagli arbitri, che chiamano i giocatori “gentlemen” e occhio a non equivocare, non si tratta di un richiamo a presunto decoro quanto l’espressione cordiale di “signori” (“ladies and gentlemen”, sinori e signore, no?) al gesto ostentato del lancio, alla dichiarazione finale se sia uscita testa o croce - “teste” o “code”, in inglese - al boato dei tifosi della squadra che ha vinto, verbo del tutto improprio perché tale successo consente solo di scegliere se calciare la palla o riceverla, schierarsi in una metà campo o nell’altra.

Sul kickoff l’illuminazione, in senso lato: ignari nonostante siamo nel XXI secolo che il flash della macchina fotografica o del cellulare è inutile per riprendere uno scenario ampio come quello di uno stadio, migliaia di spettatori lo fanno scattare nel momento esatto in cui il kicker colpisce la palla, e in un attimo si raggomitolano diverse sensazioni. L’eccitazione per l’inizio, il silenzio di quando il pallone cade tra le braccia del ritornatore di calcio, il nuovo crescendo quando si intuisce che può fare strada. Nel 2007 Devin Hester dei Chicago Bears si fece tutto il campo, sulla prima azione della partita, e “delirio” non descrive adeguatamente quanto accadde tra i suoi tifosi, anche se l’umidità e la pioggia dello stadio di Miami smorzarono la propagazione delle onde sonore. Rimase l’unico momento realmente esaltante per i Bears, poi battuti nettamente dagli Indianapolis Colts, ma costituì l’elemento più intenso di un kickoff, cioé dei primi 15-20 secondi di Super Bowl.

Stasera, nel prepartita su Fox Sports 2 HD, faremo attenzione a farvi vivere l’emozione di quei momenti, sapendo però che niente equivale al sentirseli addosso sul luogo. È vero, moltissimi spettatori sono lì perché è bello essere lì, più che per interesse verso una delle due squadre, ma è un male necessario, un fenomeno diffuso anche in altre realtà: a ognuna delle due finaliste va direttamente solo il 17,50% dei biglietti, mentre il 25,2% viene gestito dalla NFL, il 5% finisce alla squadra di casa (Arizona Cardinals, questa volta) e l’1,2% a ciascuna delle altre 29 squadre, per un totale di 34,8%. Come si può immaginare, la NFL destina una notevole parte della propria quota agli sponsor, che ne fanno ciò che vogliono; i club non finalisti li cedono ai propri tifosi, che magari scelgono di presenziare perché attratti (chi non lo sarebbe?) dall’evento; e dunque la percentuale reale di tifosi delle due finaliste tra la folla non è mai ideale, è sempre troppo bassa per l’importanza della gara, ma la soluzione ideale non c’è, per come è strutturata la NFL, e anche quando gli aventi diritto non interessati alla partita cedono i biglietti il prezzo risulta comunque così alto da privilegiare solo i benestanti, o chi decide di fare l’acquisto della vita. Anche se regolare e non tramite bagarini: da qualche anno esiste l’NFL Ticket Exchange che sul modello di analoghe iniziative nel calcio, anche inglese, è una sorta di rivendita biglietti supervisionata dalla NFL stessa ma senza l’imposizione di alcun limite di spesa. Bagarinaggio legale - lo è comunque, in molti stati, anche quello tradizionale, del tizio che mette l’annuncio online o incrociandoti ti sussurra “anybody selling tickets?” perché la richiesta è meno volgare dell’offerta - con punte di prezzi a 5 cifre, anche nei giorni scorsi. Si dice, a volte: la tifoseria XY è calorosa, i prezzi delle vendite secondarie saliranno, ma sono cliché, perché quando si tratta di vedere un Super Bowl anche la squadra con il minor numero di tifosi porta appresso decine di migliaia di speranzosi. Anche se è vero che in alcuni casi il luogo comune prende vita: lo scorso anno, a New York, si verificò uno dei pochissimi casi di tifoseria diffusa in modo capillare, nel senso che i tifosi di Seattle, nonostante l’enorme distanza, erano arrivati in numero tale, ed avevano acquistato i biglietti in quantità tale, da creare un frastuono inedito nei primi minuti, in grado di impedire al centro dei Denver Broncos, Manny Ramirez, di udire i segnali del quarterback Peyton Manning, con la conseguenza di uno snap (il gesto con cui parte l’azione, con palla passata indietro al quarterback stesso) sbagliato e pallone finito in end zone, per due punti a favore di Seattle.

Allo University of Phoenix Stadium domenica ci sarà una miscela di tutti questi elementi: attesa, tifo, ansia, presenza di molti titolari di biglietti senza interesse specifico per una delle due squadre, emotività, aggressività. In settimana alcuni giocatori si erano detti già pronti a scendere in campo, uno di loro (Shane Vereen, New England) ha aggiunto «ogni giorno ti pare che l’adrenalina sia al massimo, poi il giorno dopo scopri che è salita ancora» e probabilmente la sensazione è condivisa da molti suoi colleghi. Sono però anche le ore in cui va mantenuta la massima concentrazione, e non solo per i motivi già spiegati, e passati alla storia. Lo studio delle partite dell’avversaria, che porta a creare un riflesso condizionato, una memoria del cervello in grado di riconoscere gli schemi e prevederli - altro discorso il prevenirli, è ovvio - è parte fondamentale del football, e ovviamente il fatto che sia praticata da entrambe le finaliste rende teoricamente paritario il confronto, non fosse che c’è sempre chi si applica meglio e ne trae un frutto maggiore. In partita, in diretta, è difficilissimo capire chi abbia sbagliato, e cosa, quando un’azione di gioco ha particolare successo, ma i replay consentono spesso di capire, e in quel momento il football sublima se stesso come gioco di squadra e al tempo stesso somma di abilità individuali in cui un singolo errore possa mandare tutto a catafascio.

Patriots e Seahawks si conosceranno vicendevolmente benissimo, già prima di entrare in campo. La vittoria andrà alla squadra che non solo sbaglierà meno, ma che avrà saputo dimostrarsi un passo avanti dal punto di vista tattico, costringendo l’avversaria a reagire, prima ancora che ad essere aggressiva. I temi tattici sono tanti quanti i reparti in campo, quasi come in un elenco.

Tom Brady contro i fortissimi defensive back di Seattle; la linea di attacco dei Patriots contro quella di difesa di Seattle; la capacità di Vereen e LeGarrette Blount, più sottile il primo, più potente, quasi brutale il secondo, di conquistare yard contro i linebacker dei Seahawks; e dalla parte opposta, la tenuta della difesa di New England contro la combinazione Russell Wilson-Marshawn Lynch, quarterback il primo, running back il secondo, entrambi con doti rare, perché Wilson oltre a lanciare sa correre molto bene, e quando la scelta tattica è quella della zone read, ovvero la possibilità per Wilson di consegnare la palla a Lynch o tenerla per una corsa, ci vuole disciplina ferrea da parte degli avversari per non farsi risucchiare nella direzione sbagliata, e concedere yard a manciate. C’è poi un altro elemento interessante, ovvero capire come i ricevitori di Seattle, non molto rinomati, se la caveranno contro i defensive back dei Patriots, una sfida che sulla carta pende a favore di questi ultimi.

Eh, sulla carta, appunto. Il passaggio dall’etereo al pratico, dal filmato al placcaggio, è quello che si concretizza proprio in queste ultime ore prima della gara, con il perfezionamento sul campo di allenamento, le cosiddette ripetizioni, le correzioni, le chiavi di lettura. Football, solo football, football puro, come si diceva. Quello che entra dallo stretto cancello che porta alla gara, e tutto il resto - per fortuna - perde di importanza.

Di Roberto Gotta

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