Il Southampton: dalla terza serie inglese alla zona Champions League

La corretta programmazione, economica e tecnica, ha portato i Saints a diventare un modello da seguire in tutta Europa

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We’re not afraid of the name” (“Non ci facciamo spaventare dal nome”): Koeman il suo Southampton lo spiega così, con l’orgoglio di chi sa di aver costruito qualcosa di davvero importante. La vittoria a Old Trafford, la prima per i Saints da 27 anni a questa parte, rappresenta uno spaccato perfetto della loro stagione: mentalità propositiva, nessuna paura e grande fiducia nella propria idea di gioco prima ancora che nel singolo giocatore. Il tutto frutto di una corretta programmazione.

Già, perché fino a tre anni fa il Southampton era in League One, terza serie del calcio inglese, mentre oggi è addirittura in zona Champions. Cos’è cambiato? Il modo di scegliere. Nicola Cortese prima, Ralph Krueger poi, gli artefici del capolavoro sono loro. “Dobbiamo ristrutturare il club per porre basi solide e avere successo”, aveva detto Cortese appena diventato Presidente esecutivo dei Saint nell’estate 2009. Ci è riuscito. Prima di tutto da un punto di vista economico, ma anche, scegliendo come allenatori Adkins e Pochettino, da un punto di vista tecnico: i risultati devono arrivare attraverso il bel gioco.

Krueger, ex consigliere della spedizione olimpica del Team Canada di hockey a Sochi, ha avuto il merito di proseguire il lavoro di Cortese, senza troppi stravolgimenti. La scelta di Koeman e la campagna acquisti estiva, chiusa in attivo di 45 milioni, lo dimostrano. Sono stati presi i giocatori che l’allenatore aveva espressamente richiesto, che già conosceva, (Tadic e Pellè su tutti). Quelli in grado di rappresentare in campo la sua filosofia. “We’re not afraid of the name”: un avvertimento ma anche un modello da seguire.

di Edoardo Testoni

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