DRAFT NFL: ISTRUZIONI PER L’USO

IN DIRETTA QUESTA NOTTE ALLE 3 SU FOX SPORTS 2 LA CERIMONIA IN CUI I MIGLIORI GIOCATORI UNIVERSITARI VENGONO SCELTI DALLE SQUADRE NFL. UNO SPETTACOLO MOLTO ATTESO MA CHE VA PRESO CON CAUTELA. MOLTA

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Radio City Music Hall, il celebre teatro di New York, ospita questa notte la prima tranche del draft della NFL. In parole povere, che del resto per empatia ci vengono facilmente, le 32 squadre della National Football League indicheranno i nomi dei giocatori (ex) universitari di cui intendono acquisire i diritti, che dovranno poi essere tramutati in un contratto appena possibile. 

Come accade nello sport professionistico americano, l’ordine in cui le squadre chiameranno i giocatori è quello inverso alla classifica finale dello scorso anno, anche se ogni volta ci sono variazioni dovute al fatto che le posizioni di scelta costituiscono preziosa merce di scambio, e possono essere cedute per avere giocatori o più normalmente posizioni diverse. Se un team ritiene che alla posizione assegnata non ci siano giocatori di valore decisivo può cederla a chi ha magari esigenze diverse, ottenendo come contropartita DUE slot meno pregiati ma utilizzabili per prendere, magari, due giocatori di valore singolo inferiore, ma maggiormente in grado di aiutare la squadra. 

Naturalmente, si parla di ipotesi, in tutto e per tutto, ed è per questo che il draft è un fenomeno bizzarro. Nessuno dei giocatori che viene chiamato (saranno 256 in totale) ha ovviamente mai messo piede in campo in una partita professionistica, e il suo talento può dunque essere misurato unicamente sulla base di quanto fatto al college, dove però stili di gioco, livello degli avversari, varietà di schemi sono spesso così differenti da non costituire un elemento affidabile.

È anche per questo che allo studio costante dei video delle partite universitarie si aggiunge, nei mesi del nuovo anno, un’analisi di grado quasi paranoico sulle caratteristiche dei giocatori “eleggibili” (quelli cioè che hanno terminato il quadriennio di gioco al college o che hanno fatto richiesta di uscita dopo tre anni): prima nelle partite All-Star di gennaio, poi nella famigerata Combine di febbraio e infine nei vari Pro Day. La Combine è uno dei simboli dell’esagerazione a cui la passione americana per la NFL e la sete di notizie e analisi hanno portato: al coperto dello stadio di Indianapolis, per quasi una settimana i giocatori candidati al draft vengono misurati, pesati, valutati in prove atletiche, interrogati, scrutinati, sottoposti a prove di intelligenza che integrano il pedinamento virtuale operato tramite i social network, dove ci sono voci di apertura di pagine fasulle di Facebook solo allo scopo di capire se il soggetto in questione sia facile al raggiro, aggressivo, spregiudicato o peggio (e pure meglio, dipende).

Il Pro Day è invece una sorta di allenamento individuale che il giocatore effettua, in genere presso gli impianti della sua università, e che viene modellato per mettere in risalto le sue doti. Anche qui, però, come per la Combine, vale un elemento che nella strombazzatura oscena che precede il draft stesso non bisogna dimenticare: veder lanciare un quarterback in maglietta e calzoncini, senza avversari, e con un ricevitore di palloni a lui ben noto (classico caso è quello del compagno di squadra preferito, di cui conosca ogni passo), può far capire al massimo quale sia lo stile di lancio, del resto migliorabile con preparatore dedicato, ma non dice praticamente nulla di quello che il giocatore in questione potrà fare nella NFL e in una partita vera. 

Tutti i dati, sussurri, impressioni, studi, analisi e spremuta di filmati vengono immessi in un immenso pentolone virtuale che ribolle incessantemente, e travasa in maniera indecente nelle 2-3 settimane che precedono il draft. Ci sono personaggi, negli Stati Uniti, che hanno costruito fama e fortuna (tangibile) scrivendo ogni anno guide al draft di centinaia di pagine, con i ritratti di tutti i giocatori (pregi, difetti, prospettive), le analisi dei “buchi” di organico dei club da riempire tramite il draft e le previsioni di scelta, ovvero quali saranno gli atleti chiamati da ciascuna squadra. Avveniva un tempo, quando da queste persone o agenzie ti arrivava la busta con librone, avviene cento volte tanto ora, epoca che tramite il web permette la valutazione in tempo reale, la modifica di dati, impressioni, proiezioni, analisi. Una massa spaventosa di materiale che spesso è contraddittorio da uno “specialista” all’altro: se è vero che l’unico elemento obiettivo è quello dei dati, ovvero altezza, peso e prestazioni atletiche misurabili, nonché statistiche, è altrettanto vero che queste ultime, forzatamente relative al college, sono nel 99% dei casi del tutto inutili, perché ottenute in altri contesti, mentre tutto quello che è opinabile può variare a seconda – pare – di come un analista si alzi la mattina, o in base a voci non sempre controllate.

La sublimazione di tutto ciò è nei cosiddetti mock draft, ovvero previsioni/simulazioni di draft: ciascun esperto (?) stila l’elenco delle posizioni di scelta e indica quale giocatore verrà scelto da ciascuna squadra. In base a necessità, sensazioni, soffiate di dirigenti o agenti amici. Il guaio è che queste soffiate spesso vengono fatte allo scopo di fuorviare gli avversari, con giornalisti e specialisti di draft di fatto “usati” ed evidentemente contenti di esserlo, anche perché un altro aspetto bizzarro di tutto ciò è che a nessuno viene poi chiesto di rendere conto degli inevitabili errori di previsione o giudizio. Terminata una fiera dell’illazione e dell’esaltazione si ricomincia a pianificare per quella successiva, e non sorprende, in questo clima, che da domani si possano già trovare dei mock draft… 2015, cioè previsioni sui giocatori che verranno scelti tra dodici mesi.

È solo per la sete di notizie dell’appassionato medio, paragonabile a quella nostrana, sciagurata, per il calciomercato, che esiste chi per tutto l’anno elucubra sul nulla (o quasi) e ci sbarca pure il lunario: sostanzialmente, uno dei (tanti) problemi dei mock draft è che oltretutto basta che una squadra ceda la propria posizione di scelta a un’altra, scombinando tutto l’ordine e modificando i rapporti, per rendere vano il tutto. Mettiamo che tu sia Cleveland, scelga al numero 7 e abbia identificato un linebacker che fa al caso tuo, sapendo che nessuna delle squadre che ti precedono ha bisogno di quel tipo di giocatore. Ma cosa succede se il club che sceglie al numero 6 cede la sua posizione a un altro che invece vuole proprio quel linebacker e te lo toglie da sotto il naso? Ne scegli un altro che ti piace meno oppure indichi un giocatore di un altro ruolo, ma più forte? È proprio l’imprevedibilità di queste situazioni che rende vuote le tantissime formulazioni di draft, anche quelle fatte da persone di coscienza come l’esperto Mike Mayock di NFL Network, che vedrete questa notte nel corso della diretta: in una intervista all’Atlantic, Mayock ha detto «Non sai quante volte la gente mi ferma in aeroporto e mi ringrazia perché non banalizzo le cose, perché aiuto a comprendere il football». Il tono di quelle parole rendeva bene la soddisfazione di un esperto nel constatare che ci sono appassionati («più di quelli che si pensi») non disposti a bersi tutto, ma capaci di andare oltre la vacuità di una lista di nomi, ma è significativo che Mayock, ex giocatore e figlio di un allenatore di liceo, abbia sentito il bisogno di una boccata d’aria del genere.

Il can-can imbarazzante che si fa attorno al draft sul piano mediatico nasconde il grande lavoro svolto non dai media ma dai club, che investendo su ogni giocatore vari milioni di dollari e anni di contratto hanno la necessità di chiamare l’uomo giusto, o perlomeno di non chiamare l’uomo sbagliato: eppure si tratta di una scienza inesatta, che unita alla variabilità dei pareri e alla fallibilità dei giudizi può portare all’esaltazione o alla rovina i general manager che effettuano le scelte. È il tema, tra l’altro, di Draft Day, un film con Kevin Costner ambientato proprio nelle ore frenetiche che precedono e accorpano il draft, e che dettaglia i dubbi, le ansie, le speranze, le decisioni che un dirigente deve compiere mentre tutto il mondo gli gira intorno e la via (professionale) gli passa davanti. Solo che una volta che si è effettuata la scelta l’unica garanzia è che quel giocatore vestirà la maglia della tua squadra, e niente altro: come renderà, quanto durerà, quanto si farà distrarre dai soldi, sono elementi difficili da prevedere, nonostante i colloqui e i testi comportamentali e tutto il resto.

È il motivo per cui tra gli esercizi vani dell’immediato post-draft c’è anche la classifica delle squadre in base al successo (?) che hanno avuto: aria fritta, che si basa sulle reputazioni, sui nomi e sulle ipotesi, ma che non ha alcun valore pratico. Si può infatti capire l’esito di un draft, in parte, dopo la prima stagione di gioco, e in modo più completo a 2-3 anni di distanza. Gli esempi di invito alla saggezza sono infiniti, a volte contraddittori tra di loro e dunque pure inaffidabili: se è vero che nel 2000 Tom Brady fu scelto solo al sesto turno (stanotte vedrete solo il primo, con le chiamate dalla 1 alla 32) e dunque ignorato, per poi diventare uno dei quarterback più forti di tutti i tempi, è altrettanto vero che il suo massimo rivale di questi anni, Peyton Manning, venne invece scelto come primo assoluto (nel 1998), perché considerato una superstar.

Perché, allora, guardare il draft? Per vedere – è uno dei nostri momenti preferiti, in ogni sport – la reazione emotiva, in diretta, non filtrata, di ragazzi di 22 anni che vedono realizzato il proprio sogno di giocare nella NFL; per comprendere il potere mediatico e organizzativo della lega, che nel corso degli anni ha trasformato questo appuntamento, mai banale ma certamente non spettacolare di per sé, in un’attrazione da quasi 8 milioni di telespettatori; per assistere alla straordinarietà caciarona della gestualità dei tifosi presenti, una suburra di maglie da football che contesta o applaude ciascuna decisione svelata dal commissioner Roger Goodell, a partire da quella iniziale, «con la prima chiamata nel draft NFL del 2014, gli Houston Texans scelgono…», purtroppo non seguita da pausa ad effetto a mo’ di nomina di nuovo megadirettore galattico dei film di Fantozzi; e per capire dove diavolo andranno a finire giocatori attesissimi come Jadeveon Clowney, il defensive end/linebacker considerato da molti un fenomeno, e Johnny Manziel, il quarterback che ha diviso in due (o in tre) esperti e addetti ai lavori, incerti se si tratti di un atleta elettrizzante o invece sopravvalutato dopo la rutilante carriera di college. 

Ci hanno fatto una testa così per mesi, su di loro, e stanotte sapremo finalmente in quale squadra giocheranno. Quanto a sapere se avranno successo, è un altro discorso. Se ne riparlerà tra alcuni mesi, se non oltre.

 

Ecco l’ordine di scelta al primo giro:

1 Houston Texans

2 St.Louis Rams (scelta ricevuta dai Washigton Redskins nel 2012)

3 Jacksonville Jaguars

4 Cleveland Browns

5 Oakland Raiders

6 Atlanta Falcons

7 Tampa Bay Buccaneers

8 Minnesota Vikings

9 Buffalo Bills

10 Detroit Lions

11 Tennessee Titans

12 New York Giants

13 St.Louis Rams

14 Chicago Bears

15 Pittsburgh Steelers

16 Dallas Cowboys

17 Baltimore Ravens

18 New York Jets

19 Miami Dolphins

20 Arizona Cardinals

21 Green Bay Packers

22 Philadelphia Eagles

23 Kansas City Chiefs

24 Cincinnati Bengals

25 San Diego Chargers

26 Cleveland Browns (ricevuta dagli Indianapolis Colts nel 2013)

27 New Orleans Saints

28 Carolina Panthers

29 New England Patriots

30 San Francisco 49ers

31 Denver Broncos

32 Seattle Seahawks


Roberto Gotta

 

 

 

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