KILBANE: QUELLA VOLTA CHE DECIDEMMO DI ATTACCARE SENZA DIRLO AL TRAP

L’EX CENTROCAMPISTA DELL’EIRE RIVELA CHE NELLO SPAREGGIO MONDIALE DEL 2010 CON LA FRANCIA I GIOCATORI SCELSERO UNA TATTICA PIÙ CORAGGIOSA ALLE SPALLE DEL LORO CT. FINì MALE, MA (FORSE) SOLO PER IL FALLO DI MANO DI HENRY NON VISTO DALL’ARBITRO

Getty Images

0 condivisioni 0 commenti

Share

La premessa è quella solita di quando si parla di dichiarazioni e ricostruzioni di fatti a distanza di tempo, anche ove a farle siano i protagonisti stessi della vicenda. Per il resto, posto questo ostacolo interpretativo, si può pensare tutto, anche che si tratti di un arricchimento romanzato della realtà a scopo promozionale, che nel caso di questo articolo sarebbe stato raggiunto, visto che ne parliamo.

Fuor di messaggio criptico: da alcune settimane è uscita “Killa”, l’autobiografia di Kevin Kilbane, giocatore di corposa notorietà tra gli appassionati di calcio internazionale, avendo vestito per 110 volte la maglia della nazionale del’Eire, oltre a quelle di molti club tra Premier League e Championship, ovvero West Bromwich Albion, Sunderland, Everton, Wigan Athletic, Hull City. Giocatore di forte personalità, uno dei punti di riferimento dei compagni di squadra ad ogni livello, è stato un centrocampista e difensore di fascia sinistra di doti agonistiche superiori a quelle tecniche, solido, in grado anche di segnare qualche gol (37 nella sua carriera).

Killa (leggi “Killer”), non per nulla, è il suo (poco noto) soprannome, dovuto peraltro più all’assonanza del cognome che non a particolare ferocia. Ma tra i tanti racconti interessanti, dipinti con un pannello che copre quasi venti anni di calcio, ce n’è uno che coinvolge l’Italia, o meglio un allenatore italiano, Giovanni Trapattoni. Che, come noto, è stato commissario tecnico dell’Eire dal 2008 al 2013, portando i verdi agli Europei del 2012 (e lì incontrarono l’Italia, perdendo 2-0) ma fallendo la qualificazione ai Mondiali del 2010 e del 2014. Quelli del 2010 sfuggirono, lo ricorderete, per un episodio di imbarazzante antisportività di Thierry Henry, spesso omesso nelle inspiegabili santificazioni dell’attaccante francese: persa in casa per 1-0 la partita di andata dello spareggio di accesso ai Mondiali del Sudafrica, l’Eire chiuse con il medesimo risultato - a favore però - quella di ritorno allo Stade de France, ma dopo 12’ del primo tempo supplementare ormai in vista Henry fermò E controllò di mano un pallone che stava uscendo, rimettendolo poi al centro per il tocco vincente di William Gallas da pochi passi. Non fu, come capita in tanti altri casi di proteste da parte della squadra che subisce un gol, un episodio dalla interpretazione dubbia: il fallo di mano lo videro tutti quelli che possedevano la visuale giusta, compreso lil guardalinee, ma non l’arbitro, lo svedese Martin Hansson, che convalidò.

Questi sono i fatti, anzi erano i fatti, noti da più di quattro anni, sui quali Kilbane si sofferma parecchio nel libro, sottolineando come l’umore nerissimo di Hansson a fine partite fosse dovuto, a suo giudizio, più al timore di essersi giocato i Mondiali, con quell’errore di valutazione, che non al rimorso per l’ingiustizia concessa. Ma la parte più significativa riguarda proprio Trapattoni, al quale viene inizialmente rivolto un elogio: «Trap ci aveva dato una solidità e una organizzazione migliori, e i risultati in quegli anni li abbiamo conquistati grazie a questo, anche se eravamo arrivati un po’ troppo a dipendere dai gol di Robbie Keane nelle partite con pochi sbocchi. È vero, Trapattoni era stato anche criticato per questo atteggiamento difensivista, ma secondo me era proprio quello che ci voleva nel periodo in cui venne chiamato ad allenarci. Del resto la grinta e lo spirito di squadra c’erano già, non erano mai stati in discussione sotto nessun allenatore. A Trapattoni chiesero se avesse intenzione di osare di più nel ritorno contro la Francia, ma lui non prestò molto ascolto a questo tipo di richiesta e disse “magari ci proveremo negli ultimi minuti, questa è una partita per gente col sangue freddo”. Il guaio è che invece a noi giocatori pareva proprio l’occasione di essere più spregiudicati, di fare la partita: magari non di stravolgere la filosofia seguita fino a quel momento e rischiare troppo, ma cercare di vincere. Per cui poco prima della partita io e gli altri ci siamo riuniti e ci siamo messi d’accordo: avremmo osato di più. Cosa che non era accaduta all’andata, in cui eravamo stati rigidi e controllati come al solito. E la Francia ci aveva battuti senza giocare particolarmente bene, per cui pensavamo che un approccio meno cauto, pressandoli alti e soffocando la costruzione del loro gioco, potesse darci dei risultati migliori. Se proprio dovevamo essere eliminati, almeno lo avremmo fatto lottando. Non la consideravamo una sconfessione delle idee dell’allenatore, semplicemente volevamo modificare un po’ l’atteggiamento tattico».

Nulla di sconvolgente, dunque, ma una nota curiosa. E se è stata fatta allo scopo di aumentare l’eco del libro, è giusto sottolineare che il ricavato delle vendite verrà devoluto ad associazioni che lavorano per l’inserimento dei bambini affetti dalla sindrome di Down, tra cui c’è anche Elsie, una delle due figlie di Kilbane.

Roberto Gotta

Share

Commenta

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.