L'Inghilterra e l'irrefrenabile psicosi dello stadio nuovo

Stadi nuovi e ultra moderni, comodi e tecnologici: il calcio inglese è in piena rivoluzione. Ma in tutto questo cambiamento, che fine faranno i tifosi?

White Hart Lane prima del suo ultimo storico match

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In Inghilterra, all'improvviso, tutto sembra essere cambiato. Dopo il recente addio di Upton Park, il calcio inglese ha dovuto salutare per l'ultima volta anche White Hart Lane, dal 1899 la casa del Tottenham Hotspur. E non solo: anche Arsenal, Coventry City, Brighton, Derby County, Leicester e tante altre hanno dovuto lasciare quella che erano abituati a definire la loro "dimora", per trasferirsi in una più nuova, grande ed accogliente. 

Il passaggio, però, non è così automatico. Pensate un po' a quando è capitato a voi (se vi è capitato) di dover cambiar casa, oppure quando dovete trasferirvi o soggiornare all'estero per una lunga vacanza, le sensazioni e le emozioni che provate. Non vi sentite degli estranei? Non provate, almeno all'inizio, un senso di inadeguatezza? Come per dire: "Ok d'accordo, tutto questo è molto bello, ma quando posso tornare a casa? Nella mia vera casa?".

Uno scatto degli ultimi due stadi di casa dell'Arsenal FC

Ecco a questo tipo di sensazioni non sono estranei neanche i calciatori, che alla loro casa (leggasi stadio), avevano affidato le loro speranze prima che il loro spirito. Valutiamo gli esempi più recenti: l'Arsenal, dopo il passaggio da Highbury all'Emirates Stadium nel 2006 ha cominciato una lenta fase di declino, interrotta solo negli ultimi anni dalla conquista delle 2 FA Cup e dei 2 Community Shield. La stessa cosa invece, sembra essere capitata al West Ham: Upton Park aveva sempre rappresentato un catino difficile da espugnare, dal quale spesso gli avversari uscivano con le ossa rotte. Il passaggio al London Stadium ha scombussolato tutti i piani, rendendo la squadra debole e invulnerabile, ma soprattutto incapace di assorbire tutta l'energia positiva che l'atmosfera ricreata dai tifosi riusciva a trasmettere al Boleyn Ground. 

I top club si adeguano al mercato

Sulla falsa riga di Arsenal e West Ham, altre 4 grandi del calcio inglese abbandoneranno il loro stadio: Tottenham, Chelsea, Everton e, per ultima, il Manchester United. 

Se da una parte gli Spurs sono ormai in fase avanzata con i lavori e puntano a inaugurare il nuovo impianto nel giro di un solo anno, i rivali cittadini capeggiati da Roman Abramovich ancora non hanno ottenuto il via definitivo per salutare Stamford Bridge e dare il via alla costruzione della loro nuova casa. L'Everton, che ha per ora il sì del comune, sembra fiducioso di ottenere tutte le carte necessarie per dare continuità ai lavori di costruzione già dalla prossima estate, mentre recentemente anche il Manchester United sembrerebbe intenzionato a fare il grande passo, spinto dalle scelte e dai progetti già avanzati dalle avversarie. Ma come? Vanti uno degli stadi più belli del mondo e ne vuoi fare uno nuovo? 

La questione non è così semplice. Il calcio inglese, soprattutto negli ultimi anni, è cambiato molto. La Premier League è un'azienda che cerca di espandersi sempre di più sul mercato mondiale. Dalle spaventose cifre degli accordi per i diritti tv, fino ai contratti multimilionari elargiti dagli sponsor: se c'è un campionato che non ha rivali al mondo dal punto di vista economico, è proprio la Premier League. 

Questo continuo movimento non ha solo portato in Inghilterra tantissimi giocatori stranieri, ma ha di fatto cambiato l'idea iniziale che chi approccia il calcio britannico tende a farsi. Non bastano più gli stadi sempre pieni, con le tribune attaccate al campo, l'assenza totale di barriere o impedimenti e i contesti urbanistici nei quali gli impianti sono incastonati: ora il pubblico chiede di più

Chiede più attenzione ai particolari, chiede più tecnologia, chiede più comodità. Questo perché è il tifo ad essere cambiato: dimentichiamoci gli hooligans e tutte le sottoculture a loro correlate. Ora una buona parte dei tifosi che popolano gli stadi inglesi (soprattutto per quanto riguarda i top club) sono stranieri in cerca dell'ultimo selfie da pubblicare sui social network e non supporters veri e propri. È un tipo di tifoso distaccato dalla realtà, molto più attento a fotografare i giocatori che godersi lo spettacolo che lo circonda. 

La nuova generazione del tifoso

Un cambiamento che, agli inglesi, ovviamente non va giù. Attenzione però: non creiamo lo stereotipo secondo il quale adesso tutti gli stadi inglesi sono dei teatri nei quali si arriva per assistere alla partita, ci si siede in silenzio per novanta minuti, e ci si rialza per tornare a casa. Non è così. Una grande, grandissima fetta di tifosi lotta e continua a lottare contro questo fenomeno, proprio perché l'idea di vedere rovinata quell'atmosfera che da sempre contraddistingue gli impianti britannici, non è un'opzione da prendere in considerazione. 

L'importanza delle safe standings

Ma andiamo per un attimo nello specifico. Se si prendono come esempio i due stadi di riferimento per antonomasia del Regno Unito, quali Anfield e Old Trafford, questo tipo di trasformazione la sì nota sin da subito. Non immaginatevi di andare adesso in uno di questi impianti e di ritrovarvi nel clima infuocato che si viveva fino a 10/15 anni fa. Sebbene in entrambi gli impianti resistano gruppi di tifosi più sonori e vocali rispetto agli altri, l'idea generale che ci si fa è quella di uno stadio senz'anima. 

Se da una parte la Stretford End e la Kop tentano spesso di trascinare il pubblico con cori ripetuti e costanti, dall'altra il resto dello stadio sembra non reagire. Il motivo? Il 40% di loro, dei cori, non ne conosce nemmeno le parole. Tanto è vero che quando l'atmosfera si scalda, una buona fetta di stadio reagisce ma una sembra rimanere totalmente apatica, attenta solo a immortalare sul proprio telefono Pogba che si avvicina per battere il calcio d'angolo o Coutinho che effettua una rimessa laterale. 

La multiculturalità dei tifosi del Liverpool

Anche e soprattutto per questi motivi, il calcio inglese sta subendo un mutamento: le società si adeguano alla clientela e vanno a creare stadi sempre più grandi e sempre più moderni. È sbagliato? Assolutamente no, anzi. Il voler progredire non deve rappresentare un ostacolo. È vero, dispiace dover dire addio a impianti storici e spettacolari come lo erano Highbury, Upton Park e White Hart Lane e come lo saranno Goodison Park e Stamford Bridge, ma è anche vero che il mondo corre, cresce e si evolve e con la nostalgia ci si riempie solo gli occhi

Chi ha avuto la fortuna di vivere le emozioni degli stadi sopracitati se la porterà sempre nel cuore, mentre chi avrà la fortuna di vivere quelle dei nuovi impianti potrà ritenersi privilegiato di vivere in un'era dove il calcio continua a crescere e ad evolversi.

Pires e Henry esultano a Highbury

Le società e le federazioni, dal canto loro, devono però guardarsi attorno: farsi terra bruciata, condannando ad esempio un tifoso a un anno di daspo per non essersi seduto al proprio posto, non è il modo giusto per far appassionare di nuovo chi in questo calcio moderno ha perso la fiducia. Serve fidelizzare il tifoso, incentivarlo con nuove e vantaggiose iniziative (come l'Everton che paga la trasferta, o l'Huddersfield che taglia del 30% il prezzo degli abbonamenti o la federazione che stabilisce il prezzo massimo di 30 sterline da imporre alle società come costo dei biglietti per i tifosi in trasferta) e soprattutto fare l'ennesimo passo in avanti verso l'introduzione delle safe standing.

La coreografia dei tifosi del Celtic durante l'ultimo Old Firm

Quest'ultime, da anni rivendicate dai tifosi, hanno dimostrato di essere solo che un vantaggio sia per l'atmosfera generale, che per i risultati stessi della squadra: l'esempio più lampante è il Celtic, che da quando le ha introdotte non è più capace di perdere. Sì, è vero che in Scozia le avversarie hanno valori tecnici nettamente inferiori, ma i biancoverdi, sotto questo punto di vista, hanno dimostrato che ascoltare le richieste del tifoso non è sinonimo di arretratezza o sottomissione

Solo e se il sistema Premier League capirà che anche i tifosi vanno ascoltati, e che non sono solo i prezzi dei biglietti e gli accordi con gli sponsor a rifocillare le casse delle società, allora davvero il calcio inglese potrà tornare a splendere. Non che ora sia così brutto: è pur sempre il più competitivo al mondo, ma si può sempre fare meglio. E gli inglesi, sotto questo punto di vista, hanno dimostrato che le cose bene le sanno fare eccome. 

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