L'ora d'aria in carcere vista da vicino

La Nazionale italiana Hip Hop in campo per beneficenza contro i detenuti del carcere di San Vittore

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Avete presente quelle sensazioni che vi spezzano il cuore? Quelle che ti fanno partire il brivido dal collo e davvero tolgono il fiato? Bene, questa - per me - è una di quelle. 

Sì, era il mio compleanno, ne facevo 28, ma che importa? 

Nulla. Nulla perché nel pomeriggio del 27 aprile, grazie allo straordinario lavoro della Nazionale Hip Hop, mi sono trovato a giocare una partita di calcetto (no, non il futsal. Il calcetto quello spontaneo, un calcio su un campo più piccolo ecco) all'interno del carcere di San Vittore contro una squadra di detenuti

Vorrei raccontare ogni sensazione provata in quelle due ore scarse, vorrei soprattutto aprire il cuore per quelle persone che non capiscono quali davvero siano le priorità della vita. Basta premesse e aneddoti personali. Qua ci sono le emozioni che parlano. L'appuntamento è fissato alle 14.15, la Nazionale Hip Hop - guidata dall'impeccabile Michele Michelazzo (potremmo definirlo Team Manager, ma è anche amico, ufficio stampa, presidente, direttore sportivo e cose varie) e dal capitano Emiliano Pepe - si trova alle porte del carcere.

Di partite, questa squadra - di cui per diversi motivi che non è il caso di spiegare qui faccio parte anch'io - ne ha giocate parecchie, ma stavolta è tutto diverso.  Arrivano in blocco, tutti puntuali, e già questa è una notizia. Con Emiliano, ci sono Shade, Eddy Veerus del Pagante, En?gma, Rise, Mazay, Surfa, Canesecco e tutti gli altri. C'è anche Gianmarco Valenza, passato in tv diviso tra reality e prime time di vario tipo. 

Si ride e si scherza, ma l'umore è diverso.

L'ingresso, a gruppetti di 5 per essere schedati è solo l'inizio. Con noi, quasi dimenticavo, ci sono gli amici di Petmaith. Vi chiederete chi siano e perché ce li portiamo dietro; bene. La Nazionale Hip Hop fa beneficenza davvero. Lo fa guardando negli occhi le persone che aiuta e questa partita serviva a consegnare la somma di 5000€ raccolta in questa campagna - grazie anche e soprattutto al contributo dello sponsor Ethos - per lo sviluppo della Pet Therapy per le detenute con problemi psichiatrici del carcere stesso. Sì, 5000€ per provare ad aiutare davvero. 

Scusate l'excursus, ma era necessario; vi dovevo spiegare perché dei rapper, un dj, un ex tronista e un giornalista si sono trovati a giocare in carcere, no? Ecco. Eravamo al momento dell'ingresso. Veniamo accompagnati in una sala conferenze che diventerà il nostro "spogliatoio" (o qualcosa di simile), cellulari e fotocamere non entrano, se non quella del fotografo ufficiale. 

Piove, fa freddo e proviamo ad andare verso il campo. Quando arriviamo noi non c'è nessuno. Gli avversari arriveranno di lì a poco ed è impossibile descrivere la gioia raccolta negli occhi di questi uomini nel raccogliere palloni e pettorine prima di salutarci. Il saluto della Direttrice del carcere e del nostro capitano accompagnano il calcio d'inizio, poi è partita.

Sfiderei a trovare qualcuno che nei primi istanti di gioco si sia sentito a suo agio, ma il calcio è questo: è gioia, è mondo, è vita.  La partita è vera. Falli, dribbling, tiri e parate. La differenza sociologica, innegabile e marcata, sparisce azione dopo azione. 

Finirà 5-3 per loro, nel momento di massima espressione della grigia e violenta pioggia milanese. 

Ho la fortuna di segnare due gol e non lo racconto per vantarmene, ma per provare a disegnare con le parole quanto fosse speciale quel momento. Vedere la palla in rete, da una parte e dall'altra, alterava il loro come ad accendere e spegnere la luce di speranza che quel pomeriggio così diverso dal solito aveva donato loro. L'arbitro Tony, un amico della NHH (Nazionale HipHop, come da logo), fischia tre volte ed è qua che tocchiamo il punto più alto - o più basso e doloroso - di tutta la giornata

Gli abbracci suonano di addio, chi mai li rivedrà quei volti, e la vittoria resterà per loro il regalo più grande.  Ci si saluta e si lascia il terreno di gioco; direzione "spogliatoio" per noi. Per noi, sì. Noi della NHH, noi liberi di poter raccontare questa esperienza. Non per loro. 

Gli occhi così brillanti fino a poco fa si spengono in un attimo. Il metal detector su ognuno di loro, con l'accompagnamento del rumore delle chiavi e delle porte che sbattono, scandiscono il nostro percorso.  Non li rivedremo più quei ragazzi, ma spero di cuore che loro rivedano queste foto, un giorno, e possano ricordare con un sorriso questo pazzesco pomeriggio. 

Prima di chiudere è giusto ricordare anche che, proprio perché ci trovavamo in un carcere, non voglio cadere nella retorica del salvataggio. Insomma, se si trovano lì, per la grande maggioranza dei casi, qualcosa devono pur aver fatto. No? Ma davanti a un pallone, tutto questo, che peso ha? 

Era il mio compleanno, sì, ma chi se ne importa.

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