Alex Dandi: la mia chiacchierata con Alessio "Manzo" Di Chirico

Dalla vita privata all'esordio in UFC, dalla decisione di trasferirsi negli USA, al prossimo incontro con Eric Spicely. Sullo sfondo il suo rapporto con i media e con il mondo delle MMA italiane

1206 condivisioni 5 commenti 5 stelle

di

Share

Alessio Di Chirico, ventisettenne romano, è uno dei soli due italiani attualmente sotto contratto con Ultimate Fighting Championship. Il tabellino di marcia da professionista di Alessio, che per gli amici è "Manzo", è di dieci vittorie e una sola sconfitta. Al debutto UFC nella primavera dello scorso anno è capitolato, pur convincendo il pubblico ma non i giudici, contro il serbo Bojan Velickovic ma si è prontamente rifatto in estate, sempre ai punti, punendo il sudafricano Garreth McLellan. Due prestazioni complessivamente solide in cui ha dimostrato spiccate doti atletiche, tenacia e cuore ma in cui è sembrato mancargli ancora quel "fattore x" necessario per emergere nella più importante organizzazione mondiale arti marziali miste. E quel "fattore x" Manzo sta cercando di assimilarlo dall'altra parte dell'oceano, a Miami, dove si è momentaneamente trasferito, per allenarsi con l'American Top Team, rinomata casa di diversi campioni del mondo.

Il 28 Gennaio, a Denver, Colorado, entrerà per la terza volta nell'Ottagono più pericoloso al mondo per affrontare l'americano Eric Spicely.

Alex Dandi - Eric Spicely ha surclassato il più quotato brasiliano Thiago Santos con una submission mostrando un grappling fluido, creativo ed estremamente pericoloso che gli è valso il premio "Performance of The Night". Chiaramente non lo sottovaluterai come ha fatto Santos. Hai visto quel match?

Alessio Di Chirico - Sì, ho visto quell’incontro in diretta e sono rimasto stupito da come ha neutralizzato un avversario del calibro di Santos. Non tendo mai a sottovalutare il mio avversario, credo che sarà un incontro molto tattico.

AD - Il match del 28 Gennaio si terrà a Denver, Colorado, la città dove si è svolto il primo UFC della storia nel 1993. Tu ovviamente eri un bambino all'epoca, avevi meno di quattro anni. Come ti raccontano i tuoi genitori da bambino?

ADC - È una domanda che mia madre adora, ogni volta che le capita ne parla per ore. Ovviamente non ricordo granché ma, da quello che dicono, ero una peste, non stavo mai fermo. Dicono che mi arrampicavo sui muri, che una volta ho quasi bevuto da una bottiglia di acido muriatico e che mordevo le dita a mia cugina nella culla.

AD - Eri molto vivace insomma. Hai praticato sport fin da piccolo?

ADC - Sì, quasi sempre in maniera agonistica, ma mai sport da combattimento perché mia madre era contraria. Uno degli sport più belli che ho praticato durante l’infanzia è stata la pallanuoto, ci sono molti scontri fisici sotto l’acqua, è un'attività davvero dura.

AD - Prima delle MMA giocavi a football americano. Come mai poi hai scelto le MMA?

ADC - Il football è stata la disciplina che mi ha fatto innamorare dello sport, è molto complesso ma ti assicuro che da giocare è fantastico, specialmente in difesa. Ho praticato entrambi gli sport contemporaneamente per circa un anno poi, in seguito ad una squalifica rimediata in campionato, ho deciso di passare alle MMA. È stata una scelta difficile perché, dopo quell’anno, i Grizzlies (la mia squadra) hanno vinto il campionato ed io non sono potuto stare sul campo insieme a loro con il casco in testa. Seguo ancora il football, tra l’altro i Dolphins, la squadra di Miami (dove sono in questi mesi), sono riusciti ad arrivare ai playoff quest’anno.

AD - Sei un fan delle MMA in generale o come altri tuoi colleghi ti limiti alla pratica?

ADC - Prima ancora di essere un fighter sono un tifoso innamorato di questo sport. Seguo gran parte degli eventi, forse è per questo che non azzecco mai un pronostico.

AD - Prima di entrare in UFC hai combattuto sia come dilettante che come professionista. Ritieni che l'esperienza da dilettante sia indispensabile per ogni atleta che ambisce al professionismo oppure pensi che siano percorsi slegati tra loro?

ADC - Credo che nella vita tutto sia utile e nulla è indispensabile, la mia carriera da dilettante mi ha permesso di fare esperienza anche con le sconfitte, senza che andassero nel record, tuttavia ci sono validi atleti che hanno iniziato come professionisti arrivando da altre discipline come la lotta libera, il pugilato o il karate. Non esiste una formula magica, bisogna solo andare avanti e non fermarsi mai.

AD - Sei entrato in UFC da imbattuto. Il debutto UFC lo hai perso ai punti ma il verdetto dei giudici è sembrato piuttosto opinabile. Il secondo match UFC lo hai invece vinto ai punti dopo una durissima battaglia che sembrava potessi chiudere prima del limite. Aldilà di tutto mi piace sottolineare che non sei mai stato finalizzato a testimonianza della tua durezza. Quale è stato il match o il momento più duro fino a oggi?

ADC - In ogni match ci sono dei momenti difficili durante i quali percepisci la voglia di mollare, per esempio una sensazione fissa è quella alla fine del secondo round in cui dici tra te e te: “ancora una altro round di questo bucio di culo?!” Ed è proprio il lato romantico di questo sport di cui mi sono innamorato, combattere contro se stessi. Forse il momento più duro è stata proprio quella kimura al debutto in UFC, anche se devo dire che l’adrenalina fa miracoli e ho sentito il dolore solo dopo la fine del match.

AD - È evidente che hai invidiabili doti atletiche e una notevole intelligenza tattica nel gestire il combattimento, e nei due match UFC hai anche dimostrato di avere grande cuore, di essere non solo un atleta ma anche un guerriero nell'animo. Quanto queste doti si sviluppano con il lavoro o sono innate?

ADC - Non saprei davvero, ogni incontro è una storia a sé. Diciamo che quel lato focoso e rissaiolo che è in me cerco di arginarlo, se non tenuto sotto controllo può essere controproducente durante un incontro. Disciplina prima di tutto.

AD - Sei noto come persona riservata ed assolutamente umile. Ricordo però un'intervista di qualche anno fa in cui ti lanciasti, per la prima ed unica volta, in un vero e proprio "trash talking" contro un atleta che evitò di affrontarti all'ultimo secondo. 

ADC - Ah sì, quell’intervista con MMA-Mania (ride). Ero più giovane ed euforico dopo un incontro, ed è uscito fuori un bel po' del mio accento romano (ride).

AD - Esiste un lato di Alessio Di Chirico che non conosciamo?

ADC - Mah, non direi proprio un lato nascosto, capita a tutti di cedere all’ira ogni tanto, tuttavia la mia filosofia è di immagazzinare quell’energia e usarla in maniera più produttiva.

AD - E cosa pensi dell'uso e abuso del trash talking nelle MMA?

ADC - Il trash talking è un'attitudine molto diffusa nella boxe che non credo appartenga del tutto a questo sport. McGregor, a mio avviso, è stato il primo a usarlo come un mezzo, sia economico che strategico, ma uno dei suoi più grandi talenti è quello di riuscire a rimanere concentrato nonostante tutte le “cagate” che dice.

AD - Il tuo collega UFC Marvin Vettori lo abbiamo visto con numerosi match sulla nostra FOX Sports prima con Venator e poi con UFC. A me, come appassionato e matchmaker, è dispiaciuto non averti avuto in Venator, ma credo anche ti avrebbe aiutato come esperienza e visibilità televisiva. Infatti quando hai debuttato in UFC per molti, fuori del ristretto zoccolo duro degli appassionati più attenti non ti conoscevano affatto. Ti sei pentito di non esserti fatto conoscere dal pubblico televisivo italiano prima di entrare in UFC?

ADC - Sembrerà strano, ma la notorietà non è una priorità nella mia carriera sportiva, la vedo come una possibile distrazione. Però credo di essere stato negligente in passato, ho trascurato un po' troppo il lato mediatico che è pur sempre parte di questo business per il quale è giusto creare audience. È giusto anche per poter avvicinare quanti più italiani possibile alla disciplina che pratico e amo.

AD - Ho letto in alcune tue interviste che hai espresso pareri negativi sugli eventi e sulle promotion italiane di MMA. Senza alcuna polemica personale ma solo per capire meglio le tue scelte passate: ci puoi spiegare perché hai creduto così poco negli eventi italiani prima di UFC?

ADC - Colgo l’occasione per chiarire un po' di incomprensioni che ci sono state in passato con la promotion Venator. Prima del mio primo incontro fuori dall’Italia, il progetto Venator era appena partito e la modalità torneo sembrava un affare piuttosto lungo, quindi ho preferito accettare un singolo incontro invece di prendere un impegno a lungo termine. Subito dopo quel match, mi è stato chiesto di fare un altro incontro, a marzo, contro Reinders. Alla fine è arrivata la proposta per partecipare alle finali Venator il mese successivo e, per via di un po' di acciacchi, insieme al mio ex allenatore, non ce la siamo sentita di accettare il terzo match in tre mesi.

Anche se, ad un certo punto, è sembrato che non partecipare al Venator significava non poter essere considerato un top fighter italiano, questo mi ha dato un po' fastidio perché ognuno fa le sue scelte. Comunque sia è passato e ci ho messo una pietra sopra.

Sono stato invitato a vedere Venice Combat Event, se non avrò infortuni dopo l’incontro, ci andrò molto volentieri.

AD - Ottimo, spero di vederti a Venezia allora.

AD - Star UFC come McGregor, Rousey o Garbrandt hanno reso evidente che in UFC è necessario essere ottimi atleti ma anche personaggi vendibili. Anche atleti puri come Mousasi e Weidman si stanno adattando cambiano il modo di porsi nelle interviste. Un atleta italiano come te, che viene da un approccio diametralmente opposto a questa mentalità, come si colloca in questo scenario? Ti senti come un pesce fuor d'acqua o pensi sarà necessario crearti il tuo personaggio?

Credo che l’importante sia essere sempre se stessi, poi tutto andrà come deve andare. Certo, lo ripeto, sono stato un po' negligente fino ad ora, ho sottovalutato questo aspetto e ho lasciato gestire ad altri faccende mediatiche sulle quali avrei dovuto avere un controllo più diretto e personale. Ma ora la situazione è cambiata e se quello che sono non piace al pubblico, che si fotta!

AD - La tua presenza social era pressoché nulla ma da qualche mese sembri più attento ai social network. Stai cambiando approccio oppure senti semplicemente il desiderio di farti conoscere di più ai tuoi fan?

ADC - Grazie ad un piccolo team affiatato che mi supporta, abbiamo ripreso in mano la situazione, non è un’azione speculativa per arrivare più in alto, ma il miglioramento di un mio difetto mediatico.

Comunque cerco sempre di non dare troppa importanza ai social network perché penso che possano far diventare le persone narcisiste e, in questo sport, è un vero e proprio pericolo.

AD - All'esordio UFC hai portato con te la bandiera italiana e nel secondo match hai dimostrato un sincero e commovente spirito patriottico vestendo il lutto e dedicando la tua vittoria alle vittime del terremoto di Amatrice. Quanto è importante sentire un legame forte con la tua nazione ogni volta che entri nell'Ottagono?

ADC - Molto! L’Italia è un paese meraviglioso ma molto diviso, specialmente nelle MMA italiane. Spero insieme a Sakara e a Vettori di riuscire ad unire questo movimento un giorno.

AD - Da pochi mesi hai preso la decisione di allenarti negli Stati Uniti invece che in Italia, passando dall'Hung Mun di Roma all'American Top Team di Miami. Per molti tuoi fan è stato uno shock, siccome il legame con il tuo precedente team era quasi totalizzante, una sorta di "uno per tutti, tutti per uno" molto romantico che faceva sognare agli appassionati una vita italiana alle MMA come mai si era vista o immaginata prima. Ma aldilà del significato forte dell'allenarsi esclusivamente in Italia, hai preso una decisione netta abbandonando la tua casa, la tua nazione e sei entrato in un team americano. Immagino sia stata una scelta sofferta ed in qualche modo tu me l'hai già confermato. Puoi piegare come e perché è maturata questa decisione spiegando ai profani cosa cambia in concreto nell'allenarsi quotidianamente in un team americano rispetto ad un team italiano?

ADC - Sentivo che era arrivata l’ora di fare esperienza all’estero, d’altronde anche grandi pionieri europei come Gustafsson e McGregor hanno fatto una scelta simile. Purtroppo questa decisione andava contro la visione politica della mia palestra e così abbiamo deciso di separare le nostre strade.

Il primo vantaggio di allenarmi negli USA è legato al livello di stress: qua penso solo ad allenarmi e non ho nessuna distrazione. Il livello tecnico qui è molto più alto, credo che la differenza sia nel fatto che essere un allenatore è davvero un lavoro, sono pagati per seguirti personalmente e per farti crescere. Soprattutto qui all’ATT c’è un coaching staff molto numeroso e, a ogni lezione, sei seguito minuziosamente. In Italia purtroppo chi mi seguiva non era pagato. Poi sicuramente gli sparring sono molti di più e non costano nulla.

AD - Immagino che questa decisione avrà avuto un impatto anche nella tua vita quotidiana, nella gestione dei tuoi rapporti famigliari e affettivi...

ADC - Beh, da questa esperienza ho capito che la famiglia e la mia fidanzata sono le persone più vicine che ho e stanno sempre al primo posto. Loro ci sono sempre nei momenti difficili, anche se lontani. Sicuramente ho sentito la loro mancanza ma non ho intenzione, per adesso, di trasferirmi a titolo definitivo negli USA.

AD - Chi sono ora i tuoi coach ed i tuoi sparring partner abituali?

ADC - Il roster ATT è veramente vasto, ho moltissimi sparring partners. Quelli con cui ho stretto di più sono: Jordan Joung, un vero talento che debuttera al Bellator il 27 gennaio, tenetelo d’occhio, Daniel Jolly atleta UFC, Jack Bostwick e, infine, anche Rodolfo Viera che sta passando alle MMA e secondo me farà molto bene.

Anche il coaching staff dell’ATT è molto ampio: Katel Kubis coach di striking, Kami e Mocco coach di wrestling, Mike Brown e Parrumpa coach di grappling, Phil Daru strenght n coditioning coach e, infine, Din Thomas l’head coach.

In più ho la fortuna di avere il mio amico Lorenzo che mi supporta da oltre oceano e mi tira su nei momenti difficili.

AD - Ora pensi di vivere permanentemente negli Stati Uniti o pensi di continuare a viaggiare tra Italia e Stati Uniti? E quando e se sarai in Italia come pensi di allenarti? Sempre nel tuo vecchio team? Oppure possiamo ipotizzare un tuo avvicinamento alla ATT Roma, recentemente aperta da Alessio Sakara?

ADC - Proverò a fare avanti e indietro tra Italia e Stati Uniti. Non so se nel mio vecchio team sarà più possibile allenarmi, credo di no. Comunque sia vedrò come riuscirò ad organizzarmi, sicuramente mi allenerò anche con Alessio. E chissà, magari pure con Marvin. Tuttavia ora c'è l’incontro ed è il mio unico pensiero in queste settimane.

AD - Marvin Vettori è il tuo collega in UFC. So che non vi conoscete personalmente e questo alimenta le fantasie dei fan che ipotizzano un match tra di voi. In un'intervista Vettori ha dichiarato che il suo manager gli disse che UFC gli aveva già paventato questa possibilità. Personalmente è un match che, ora come ora, non vorrei mai vedere ma se proprio dovesse succedere preferirei vederlo tra qualche anno, in un evento italiano UFC con voi due nel main event dopo tante vittorie. Tu cosa ne pensi?

ADC - Ora siamo solo io e lui nell'UFC, potrebbe essere molto interessante collaborare in termini mediatici e per quanto riguarda l'allenamento. Se proprio dovesse esserci un match contro di lui, accetterei di combattere come faccio sempre, ma spero che possa succedere in un grande evento e dopo aver già spinto visibilmente in avanti tutto il movimento delle MMA in Italia.

AD - In UFC hai un record di 1-1. Il tuo contratto iniziale prevedeva 4 match. Il prossimo è assolutamente cruciale. Senti qualche tipo pressione a rientrare nell'Ottagono?

ADC - La pressione fa parte di questo mondo. La cosa che mi ripeto sempre è che questo sport, sul piano mentale, è più simile a un'attività di resistenza che a uno sprint, alla fine sta tutto nel non fermarsi mai. In ogni caso, nella mia vita, continuerò a entrare nell'ottagono al di là dei contratti più o meno allettanti.

AD - Come mai questo match del 28 Gennaio arriva con così poco preavviso?

ADC - Ci sono stati un po' di intoppi burocratici, senza visto non potevo firmare il contratto. Quindi non poteva essere ufficializzato. Per fortuna, pochissimi giorni fa, ho vinto il match contro la burocrazia.

AD - So che sei stato testato diverse volte da USADA. Come giudichi questo programma antidoping voluto da UFC? Ti trovi a tuo agio con il complicato sistema di antidoping dove gli atleti devono stare attenti anche agli ingredienti di semplici integratori regolarmente in commercio?

ADC - Sono molto grato a questo programma, nelle MMA è molto diffuso il doping e, grazie all’USADA, si sta ripulendo l’immagine dell'intero movimento.

Io personalmente preferisco non usare integratori eccetto: magnesio, potassio, sali minerali e aminoacidi. Molti amici prendono pre-workout e roba del genere, ma io sono contrario

AD - Sono passati solo 9 mesi dal tuo primo match UFC anche se può sembrare una vita. Chi è Alessio Di Chirico oggi rispetto all'esordio UFC?

ADC - Sono sempre lo stesso, un uomo come gli altri, solo un po' ossessionato dai miei limiti.

AD - Dove vuoi arrivare in UFC? Pensi al titolo?

ADC - Credo che, per arrivare lontano, bisogna prefissarsi traguardi intermedi. Come dico sempre: i sogni li tengo nel cassetto, intanto mi preoccupo di vincere il prossimo incontro e, in futuro, arrivare in top ten.

AD- Un messaggio per tutti i tuoi fan prima del prossimo match?

ADC - Grazie a tutti per il supporto che mi avete dato in questi mesi difficili, siete la mia forza!

L'appuntamento con il match di Di Chirico

Alessio Di Chirico vs Eric Spicely sarà visibile in diretta su FOX Sports nella notte tra sabato 28 e domenica 29 gennaio.

Share

Vota

Commenta

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Leggi di più.