Il caso O.J. Simpson: sotto i riflettori di un'intera nazione

La storia di O.J. SImpson sembra la sceneggiatura di un film scritta pensando alle contraddizioni degli Stati Uniti di allora. Cronaca nera, sport di massa e discriminazione razziale sono le leve emotive mosse dalla sete di spettacolo.

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Per la cultura pop americana, quella che si nutre di cronaca immediatamente trasformata in storia e di storia subito tramutata in leggenda, non poteva esserci, 22 anni fa, evento migliore, e peggiore, del processo che ha visto coinvolto OJ Simpson. Una tragedia vera, quella in cui il sangue che filtra dalle foto e dalle cronache non è un semplice accidente narrativo, una tragedia che è osceno etichettare sotto la categoria dell’evento generatore di cultura popolare, ma che la realtà in tale ha tramutato.

Lo Sceneggiatore che ha ideato il tutto aveva studiato bene, si era informato sui gusti della gente, aveva una presa forte sui nervi coperti e scoperti dell’opinione pubblica. La stella afroamericana dello sport e successivamente della tv e del cinema; la moglie non solo bianca ma pure mezza tedesca; il (molto) presunto amante della moglie, un cameriere di quelli che a Los Angeles sperano sempre di essere notati e passare dal sorriso finto del ristorante a quello altrettanto finto del set cinematografico; personaggi di contorno, che a L.A. diventano protagonisti a giorni alterni; e il doppio omicidio brutale, che aprì il vaso di Pandora.

I fatti, prima

Poco dopo la mezzanotte del 13 giugno 1994 un vicino di casa scopre i cadaveri di Nicole Brown Simpson, 35 anni, e Ron Goldberg, 25. La Brown era la moglie separata di OJ Simpson, Goldberg il cameriere con ambizioni da ristoratore ed attore che era andato a portarle un paio di occhiali dimenticati al ristorante in cui lavorava. Mezzanotte, una consegna non casuale, perché i due si conoscevano da qualche settimana, anche se non sono mai emersi particolari che facessero pensare realmente a una relazione. Il primo sospettato del doppio omicidio, compiuto con notevolissima ferocia, è ovviamente Simpson, che aveva alle spalle una lunga storia di violenze ai danni di Nicole, motivo principale della loro separazione. Ma Simpson - 47 anni - al momento della scoperta dei cadaveri è in volo verso Chicago, ospite d’onore di una convention aziendale. Il suo SUV bianco, parcheggiato davanti al cancello della villa situata a pochi minuti d’auto dalla casa della Brown viene trovato sporco di sangue, e al ritorno dalla trasferta Simpson, su consiglio dei suoi avvocati, deve consegnarsi alla Polizia in quanto indiziato principale.

Ma le ore passano e alla stazione di Polizia prescelta non si presenta nessuno. Alle 17 uno dei legali, Robert Kardashian, legge una lettera di OJ che pare avere i toni dell’ultimo saluto di un suicida, e il timore di un gesto del genere aumenta. Poco dopo Simpson viene segnalato a bordo di un SUV bianco, un Ford Bronco, guidata da un amico, Al Cowlings, che all’avvicinarsi dei poliziotti cerca di tenerli lontano sostenendo che OJ potrebbe suicidarsi da un momento all’altro, essendosi puntato una pistola alla tempia. La scena che ne nasce è tra le più famose della storia della televisione: Cowlings guida pianissimo (circa i 60 all’ora) per tenere bassa l’agitazione e non dare vita a una fuga, e a poche decine di metri, alla stessa non-velocità, lo seguono numerose auto della polizia, che occupano tutta la sede stradale. La lentezza dell’improvvisato e bizzarro convoglio permette agli elicotteri delle stazioni televisive, sempre in volo nelle ore giornalisticamente calde (alle 18 poi tradizionalmente c’è un telegiornale, e c’è da monitorare il traffico), di arrivare in massa, e saranno a quanto pare più di 200 alla fine, col pericolo di collisioni alla caccia della ripresa migliore e la confusione di segnali tv che si intrecciano e finiscono nei canali sbagliati; uno dei quali decide di relegare la diretta di gara5 della finale NBA a un riquadro sullo schermo, dedicato in massima parte a quanto sta avvenendo a Los Angeles.

Dopo un lungo giro, Cowlings riporta a casa Simpson, che però non scende dall’auto per quasi un’ora poi, entrato in casa a bere un succo d’arancia - capirete tra poco perché si tratta di un particolare ininfluente ma curioso - si trattiene per un’altra ora prima di arrendersi. L’arresto avviene poco dopo, il rinvio a giudizio il 20 giugno, il processo fissato per il gennaio del 1995.

Ora, chi era e chi è OJ Simpson?

OJ, ovvero iniziali del nome di battesimo Orenthal James, divenute un acronimo universalmente noto. In America, dalla fine degli anni Sessanta, era raro che l’uomo della strada non sapesse chi era Simpson; e all’estero il suo viso era comunque noto per la sua partecipazione ad alcuni film di incerto valore culturale - ma chi lo giudica, poi? - ma grande successo commerciale, come L’inferno di cristallo, Cassandra Crossing, Capricorn One.

OJ in inglese indica normalmente il succo d’arancia, orange juice, e si capisce qui la tragica ironia di quel bicchiere sorseggiato da Simpson al ritorno a casa dopo la fuga. OJ ma anche colloquialmente “The juice”, che è sia succo sia quella carica di energia che una persona o cosa può possedere: è abbastanza normale, ad esempio, che oggi nel pubblicizzare i caricabatterie portatili per cellulari si usi “juice” a indicare l’energia che viene trasmessa al telefonino.

Simpson era nato a San Francisco il 9 luglio 1947 ed era cresciuto in un quartiere non molto armonico, allevato dalla madre dall’età di 5 anni, quando il padre Jimmy, che vestiva prevalentemente da donna e morì poi di Aids nel 1986 dopo essersi dichiarato omosessuale, lasciò la famiglia. Atleta prodigioso e naturale, grazie alle sue doti OJ si era procurato un posto a un piccolo college poi alla grande University of Southern California, situata nella parte sud di Los Angeles, in una zona non particolarmente serena.

USC - già che siamo in clima di acronimi - segnò per sempre la vita di Simpson: suo compagno di squadra (e coetaneo) fu infatti Cowlings, che peraltro era già stato suo compagno di giochi a San Francisco e aveva frequentato lo stesso liceo e lo stesso junior college. Passato con la maglia dei Trojans a running back ovvero portatore di palla, dopo avere giocato in vari ruoli in precedenza, Simpson tradusse nel football americano la sua miscela di atletismo, visione periferica, tenacia e istinto, correndo più yard di tutti in entrambe le sue stagioni di college, il 1967 e il 1968. Vinse l’Heisman Trophy, dunque il massimo premio individuale universitario, nel 1968, e non appena fu disponibile fu il primo giocatore scelto dai professionisti, nello specifico i Buffalo Bills della NFL. Gli inizi da pro furono difficili, ma dalla quarta stagione in poi OJ fu inarrestabile, e nel 1973 stabilì il record per yard corse in una sola stagione, ben 2003: voleva dire, dati alla mano, che ogni volta che gli avevano affidato la palla Simpson aveva corso per una media di 6 yard, praticamente un carro armato, ma forse colpisce ancora di più che la sua media per tentativo nell’intera carriera, durata nove anni, sia stata di 4.8. Il record stagionale non esiste più, sorpassato da sei giocatori, ma Simpson lo ottenne in una stagione con sole 14 partite, mentre tutti gli altri ne hanno giocate 16, e dunque il confronto in termini relativi pone ancora Simpson al primo posto. Anche se il grande Barry Sanders, nel 1997, ebbe 6.1 yard a portata, nella sua stagione da 2053 yard.

Fotogenico, entusiasta, piacione, intraprendente, a suo agio nel clima culturale e sociale della California del sud, già da prima del ritiro (1979) OJ aveva suscitato l’attenzione del mondo del cinema e della pubblicità, e infatti tutti i film che abbiamo citato risalgono al periodo dal 1974 al 1978, con l’aggiunta della partecipazione alla serie tv Radici che ebbe un grande successo anche in Italia, dove ovviamente Simpson era “solo” un attore nero con l’ampio sorriso e una evidente personalità di tipo traboccante. Lo conoscevano tutti, insomma, ma è interessante esaminare la sua figura dal punto di vista culturale PRIMA della tragedia del giugno 1994: Simpson, infatti, al contrario di altri protagonisti sportivi dell’epoca - si pensi al tennista Arthur Ashe ma anche al cestista Julius Erving - non era visto dagli afroamericani come un campione delle loro esigenze ed aspirazioni, ma anzi come qualcuno che avesse cercato il più possibile di entrare nella cerchia di ricchi e famosi che tradizionalmente di persone dalla pelle nera ne accettava poche. La sua brama di integrazione aveva avuto un palese riflesso nella percezione popolare e prodotto notevoli danni alla sua reputazione: le accuse di essere un “sellout” (sostanzialmente, un “venduto” ai bianchi) o uno Zio Tom, classico appellativo dato ai cosiddetti traditori della razza, erano serpeggiate presto, e ad aggiungere fuoco alla benzina delle malelingue e dei fanatici erano stati anche il matrimonio (il secondo, per lui) con la Brown e la sua interpretazione “complice” nella serie di film Una pallottola spuntata, in un periodo in cui invece nella sua comunità di origine furoreggiavano i cosiddetti film blaxploitation, i primi con personaggi di colore che apertamente ribaltavano gli schemi, che fossero gangster neri o poliziotti afroamericani come il celebre detective Shaft.

Di tutto questo ha parlato alcuni anni fa alla PBS, la rete televisiva pubblica, Charles J. Ogletree Junior, professore ad Harvard:

OJ non aveva una razza. Non trascorreva il suo tempo tra afroamericani, non aveva dedicato la sua causa agli afroamericani, non teneva ai nostri valori, e anzi parlava più del fatto di essere americano che di essere afroamericano

L’ultima affermazione sa di settarismo ed eccesso ed è particolarmente triste, ma l’intero giudizio riflette quel che la comunità nera pensava di OJ. Sostanzialmente, un traditore.

Il processo

Il delitto e il processo sconvolsero tutto, e anche per questo gli elementi di drammone popolare elencati all’inizio sono stati così efficaci nella realtà e sono così efficaci nella serie che Fox Crime manda in onda la prossima settimana. OJ da reietto divenne presto un simbolo dell’ingiustizia bianca verso gli afroamericani: anche se - curiosamente - un negozio della sua catena era stato distrutto nel corso dei disordini di Los Angeles del 1992, dopo l’assoluzione di poliziotti bianchi accusati del pestaggio di un indisciplinato automobilista nero, Rodney King. Simpson e la sua figura crearono immediata identificazione con la miriade di afroamericani che avevano subito, a loro dire, un trattamento razzista e ingiusto dalla polizia e dalla giustizia. Quando poi durante il processo emerse che uno dei primi agenti ad arrivare sulla scena del delitto, Mark Fuhrman, aveva in passato usato epiteti razzisti, lo scenario si fece ancora più teso: dimenticando quel che lo stesso Simpson aveva detto e fatto, e i dettagli di una vita malvista («non è più nero da quando ha vinto l’Heisman Trophy»), la maggioranza degli afroamericani si convinse che OJ fosse innocente e che alcuni particolari, come il famoso guanto insanguinato che fu poi fatto provare all’accusato e si dimostrò troppo stretto per la sua mano (c’era il trucco: Simpson non aveva appositamente preso i soliti medicinali nelle ore precedenti e la sua mano si era gonfiata, e in più indossava un altro guanto, di lattice), fossero stati modificati o inventati per incastrarlo.

Da traditore a simbolo delle ingiustizie perpetrate a un’intera comunità, con l’ennesima ironia del destino data dal fatto che negli anni precedenti la polizia aveva temporeggiato o declinato di aprire una indagine su di lui nonostante le numerose denunce della Brown, e questo era stato visto come un favore fattogli in quanto vip: l’assoluzione, perché nessuna delle prove portate contro di lui - tante - era stata decisiva, suscitò in alcuni quartieri reazioni di festa e tripudio, dividendo gran parte dell’America, rapita ed affascinata dal romanzone tragico, dai personaggi spesso complessi e naturalmente accentratori di emozioni e partigianeria: il pubblico ministero Marcia Clark, bianca dall’aspetto pratico e a suo modo affascinante, il suo collega Christopher Darden, afroamericano e dunque… colpevole di voler provare la colpevolezza di Simpson, l’avvocato di OJ Johnnie Cochran (ora scomparso), legale ideale per un accusato di quel genere perché retorico, abile, manipolatore di parole e menti, il suo collega Robert Kardashian, padre delle famigerate sorelle di notorietà televisiva, il bizzarro Brian “Kato" Kaelin, uno sfaccendato che aveva vissuto come ospite e tuttofare prima della famiglia poi del solo OJ, il giudice Lance Ito.

 ... e quello che accadde dopo

Simpson naturalmente tornò ad essere… afroamericano dopo l’assoluzione. Non venne cioé più riammesso nel circolo esclusivo di ricchi e potenti californiani che aveva frequentato nei 30 anni precedenti, e quando venne riconosciuto comunque responsabile della morte di Nicole e Ron da un tribunale civile, su causa intentata dalle rispettive famiglie, fu condannato a un risarcimento immenso, l’equivalente di quasi 50 milioni di euro, peraltro mai pagati tutti, per mancanza di liquidi. Dal processo in poi la vita di Simpson è peggiorata: superato il sospetto di un coinvolgimento in un traffico di droga, finito male un processo per avere… rubato il segnale di una tv satellitare, OJ nel 2007 l’ha fatta grossa, facendo irruzione con alcuni complici in una stanza d’albergo di Las Vegas e portando via alcuni oggetti legati al football e alla sua carriera. L’accusa di furto e sequestro di persona, un procedimento giudiziario controverso, la condanna a 30 anni di reclusione, che Simpson sta scontando nel penitenziario di Lovelock, in Nevada, con possibilità di uscire in libertà vigilata nel 2017. Una vita rovinata, quindici anni dopo la fine di quelle di Nicole Brown e Ron Goldman, del cui assassinio la giustizia ordinaria non ha mai trovato il colpevole, e non solo perché continua a mancare l’arma del delitto

Ah, volete sapere una cosa curiosa? Alcuni anni prima di diventare famoso per il caso Simpson, Al Cowlings venne a Milano ad accompagnare in gita un altro grande ex Southern California, il running back Marcus Allen, del quale si raccontò - e ci mancava pure questa - di una amicizia forte con Nicole Brown, poco prima del delitto. Cowlings e Allen posarono anche per una fotografia presso la redazione di una testata sportiva...

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