Super Bowl X: dinastia d'acciaio

Per il decimo appuntamento con Road to Super Bowl andiamo indietro fino al 18 gennaio 1976: a Miami, i Pittsburgh Steelers si laureano campioni contro i Dallas Cowboys

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Una domenica di alcuni anni fa, parecchi a dire il vero, l’autore di questo articolo era impegnato come bordocampista per una partita di basket del campionato italiano. Il club aveva avvertito che alla serata sarebbe stata presente una non ben identificata televisione americana per uno speciale sul basket europeo, ma non erano noti ulteriori dettagli, e non è che la cosa in sé cambiasse molto. A un certo punto però da uno degli ingressi entrò il giornalista incaricato, e il mondo attorno all’autore di questo articolo si fermò: l’inviato americano altri non era che Lynn Swann, nella sua seconda carriera dopo quella, inimitabile, da wide receiver nella NFL. Erano passati solo 13 anni da uno dei momenti più luminosi della vita sportiva di Swann, il Super Bowl X in cui era stato scelto come Mvp, miglior giocatore, dopo una prestazione da 161 yard e un touchdown su quattro palloni ricevuti. Pochini, in relazione ad altri contesti, ma bisogna ricordare che in quegli anni il gioco di lancio era penalizzato rispetto a oggi da regole che favorivano le difese, compresa la possibilità di disturbare il ricevitore ben oltre il limite attuale di 5 yard dalla linea di scrimmage. 

Swann alla partita a Bologna accettò di fare due chiacchiere e posare per una foto prima di riprendere il suo lavoro, con un sorriso che è quello, apparentemente stereotipato per chi si ferma alla superficie, che lo ha contraddistinto per tutta la vita. Al college (Southern California), nella NFL e anche nella lunga esperienza televisiva, durata dal 1976 (ma solo dal 1983 a tempo pieno) al 2006, quando lasciò per candidarsi a Governatore della Pennsylvania per il partito repubblicano, tentativo che non andò a buon fine pur procurandogli il 40% dei voti. Dal 2002 al 2005 Swann era stato a capo del programma di educazione all’attività fisica promosso dalla presidenza degli Stati Uniti, su nomina diretta del presidente George Bush, e insomma la sua figura è pubblica e conosciuta dalla metà degli anni Settanta, negli USA.

In assenza della controprova, tutto questo è nato grazie al football, e specialmente alle imprese che Swann, con il suo collega di reparto John Stallworth (eletto nella Hall of Fame un anno dopo di lui, 2002), compì con gli Steelers dal 1974 al 1982. Nel Super Bowl IX, coerentemente con lo sviluppo di una partita in cui fino all’ultimo possesso palla il quarterback Terry Bradshaw aveva completato solo 6 passaggi, Swann non aveva avuto neanche una ricezione, ma tutto cambiò in quel SB X contro Dallas. Non tanto per il numeri, quanto per i dettagli. La sua ricezione più nota fu quella (53 yard) che potete vedere qui

Vedendola, non stupisce sapere che Swann allenava la propria elasticità praticando danza nel tempo libero, attività per la quale tuttora sostiene giovani promettenti pagando loro borse di studio. Il possesso di palla degli Steelers fu però vanificato da un field goal sbagliato dal kicker Roy Gerela, pare per un brutta botta alle costole subita alla prima azione di partita, sul calcio d’inizio che con una scelta a sorpresa i Cowboys avevano fatto ritornare da un linebacker, Thomas Henderson. In precedenza, Swann aveva ricevuto un passaggio di 32 yard come preludio al touchdown del 7-7 di Randy Grossman, il tight end. Nel quarto quarto, a 3’02” dalla fine, sul 15-10 per Pittsburgh e un terzo down e 6 sulla propria linea delle 36 yard, Bradshaw scelse di andare lungo e preavvertì Swann, che ricevette un lunghissimo lancio a poche yard dalla end zone ed entrò per il 21-10, rimasto tale a causa del punto aggiuntivo non segnato da Gerela.

È cosa nota che Bradshaw si accorse degli eventi solo… dopo la partita: coraggioso come sempre, aveva infatti lanciato pur vedendo che la difesa dei Cowboys stava convergendo su di lui, e un istante dopo aver lasciato andare la palla fu messo ko dal defensive tackle Larry Cole e portato privo di conoscenza negli spogliatoi. Nel libro The Ultimate Super Bowl Book, Bradshaw dice «Ho perso i sensi prima ancora di toccare terra. Se vi piacciono le bande musicali avreste dovuto essere nella mia testa in quei momenti. Non ho visto il passaggio, non ho visto la ricezione, non ho visto il touchdown e nemmeno la festa alla fine». Alla fine, ma solo dopo la tensione degli ultimi minuti. È opinione allargata che Dallas quel giorno giocò una grande partita, e anni dopo Tom Landry avrebbe descritto quel gruppo come «il migliore che io abbia mai avuto dal punto di vista del carattere, del morale, dello spirito e del cameratismo. Il tipo di giocatori che ti dà soddisfazione allenare».

Ci fu emozione, in un Super Bowl finalmente incerto fino all’ultimo: con il possesso di palla a 1’49” dalla fine, sulla linea delle 42 di Dallas, Pittsburgh corse per tre volte di fila, perdendo però poco tempo perché i Cowbos chiamarono timeout dopo ognuna di esse. Quarto tentativo e 9 yard dalle 41 e coach Chuck Noll volle provare un’altra corsa, che venne fermata. Dallas dunque riebbe palla sulle proprie 39 a 1’22” dalla fine e molti si chiesero come mai Noll non avesse voluto provare un punt. Risposta, in poche parole: mi fido della mia difesa e non vorrei che un punt venisse bloccato. Ebbe ragione, anche se sia sulla penultima sia sull’ultima azione della partita Dallas lanciò in end zone lasciando tutti col fiato sospeso. Nel primo caso il pallone fu sfiorato dal ricevitore Percy Howard, nel secondo fu intercettato dal safety Glen Edwards e per gli Steelers arrivò il secondo trionfo consecutivo.

SUPER BOWL X

Orange Bowl, Miami, 18 gennaio 1976

Pittsburgh Steelers-Dallas Cowboys 21-17 (7-7, 3-0, 0-0, 7-14)

Mvp (miglior giocatore): Lynn Swann, wide receiver, Pittsburgh Steelers

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