Super Bowl IX: finalmente Pittsburgh

Tulane Stadium, New Orleans, 12 gennaio 1975. I Pittsburgh Steelers superano i Minnesota Vikings

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Tutto sembra epoca d’oro, visto a posteriori, ma alcuni periodi paiono avere lasciato una traccia più profonda. L’America che vedeva crescere ogni anno di più il Super Bowl era anche quella che in altri versanti della vita viveva le ultime vicende della guerra in Vietnam, iniziata nel 1955 e terminata, cinque presidenti dopo, nella primavera del 1975. Il conflitto in Vietnam era stato l’aspetto rovente della cosiddetta Guerra Fredda, che dai primi mesi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale aveva contrapposto il blocco occidentale, guidato ovviamente dagli USA, a quello comunista aggrovigliato attorno all’Unione Sovietica e con tentacoli ovunque, anche in quella Cuba, prospiciente la Florida, che nel 1962 aveva visto uno dei maggiori momenti di crisi.

Un’atmosfera di disagio che nei decenni di crescita esponenziale del benessere degli americani aveva colorato alcuni aspetti della vita pubblica e reso familiari alcuni termini. Cortina di ferro, ad esempio, Iron Curtain in inglese. Soprannome che, riprendendo vecchie definizioni di altro tipo, l’ex primo ministro inglese Winston Churchill aveva dato alla linea ideologica che aveva diviso l’Europa in due dalla seconda metà degli anni Cinquanta. E quando allora intorno alla metà degli anni Settanta i Pittsburgh Steelers cominciarono a mettere assieme una difesa tra le migliori mai viste, perlomeno da quando il football era diventato televisivo, ecco che il soprannome era pronto: non cortina di ferro ma cortina d’acciaio, in omaggio al nome della squadra, Steelers appunto, cioé i produttori di acciaio (non “acciaieri”, termine inesistente in italiano). Una difesa ruvida, meravigliosa, dura, aggressiva, “nata” nel 1969 con la scelta nel draft di due giocatori poco noti e provenienti da college di scarso nome: LC Greenwood da Arkansas-Pine Bluff e Joe Greene - poi noto come “Mean” Joe Greene, ovvero il Cattivo - da North Texas. Due anni dopo sarebbero arrivati, come medesime modalità, Dwight White da East Texas State e Ernie Holmes da Texas Southern. Cioé, i quattro componenti della linea difensiva dominatrice di quegli anni Settanta.

Negli Steelers tra l’altro, casomai qualcuno avesse voluto cercare un legame con i tempi che correvano, giocava Rocky Bleier, ragazzone di Appleton, Wisconsin, poco distante da Green Bay, che dopo il primo anno da professionista era stato chiamato alle armi, dicembre 1968, e pochi mesi dopo era andato volontario (avrebbe potuto restare in patria con compiti di secondo piano) in Vietnam. Il 20 agosto era stato ferito da una fucilata e, mentre era a terra, colpito anche dalle schegge di una granata. Ricoverato in ospedale, si sentì dire dai medici che non avrebbe più giocato a football, e non era una diagnosi del tutto errata: nel 1971 Bleier diede concretezza alla cartolina di… convocazione in squadra che gli aveva mandato in ospedale Art Rooney, il presidente degli Steelers, ma solo nel 1974 sarebbe riuscito a conquistare un posto in squadra, dopo essere stato scartato due volte.

Al Super Bowl, contro i Minnesota Vikings che ci arrivavano per la terza volta in cinque anni, e seconda consecutiva, Bleier non fu tra i giocatori decisivi, correndo 17 volte per 65 yard, ma la sua sola presenza fu considerata un manifesto alla perseveranza, perfettamente omogenea a una squadra che dopo oltre 40 anni di mediocrità e imbarazzi era finalmente diventata adulta. Non è un caso - lo si dice spesso per conformismo, ma qui è vero - che nel medesimo anno in cui il draft aveva dato Greenwood e Greene fosse arrivato anche un nuovo coach, Chuck Noll, 37 anni, ex defensive coordinator a Baltimore sotto Don Shula. Determinato, bravissimo a capire la mentalità dei giocatori e a guadagnarsi la loro fiducia e affetto, Noll scelse in modo superbo anche il suo staff, e fu l’allenatore della linea di difesa, George Perles, ad avere un’idea realmente rivoluzionaria: invece di far sistemare il tackle della parte “forte” (quella dove l’attacco ha il tight end, e parliamo del football di una volta, meno vario di ora) di fronte alla spalla esterna della guardia offensiva, Perles suggerì di fargli prendere posizione con una lieve angolazione, in modo da permettergli di puntare direttamente verso il centro, alla partenza dell’azione. Se poi il tackle era Greene o Holmes, auguri.

Perles disse alcuni anni fa a Bob McGinn, autore di un mirabile libro sulla storia del Super Bowl, «questa fu l’unica idea che io ebbi mai da coach, il resto dei nostri schemi era vecchio di 100 anni». Quella linea permetteva ai tre grandissimi linebacker, ovvero Jack Ham, Andy Russell e il più noto di tutti, Jack Lambert, di volare verso i portatori di palla senza troppi ostacoli, e questa fu una delle chiavi del Super Bowl. Minnesota infatti amava correre, specialmente nella parte centrale della linea, ma i risultati quel giorno furono pessimi: 21 tentativi per sole 17 yard, 0,8 a tentativo, misura numerica di un dominio che gli Steelers avevano reso anche psicologico, nonostante l’inesperienza delle grandi partite rispetto ai Vikings, che per certi versi erano una loro versione più anziana, ma mai in grado di vincere l’ultima partita di playoff, per un motivo o per l’altro.

Per molti Steelers, anzi, il Super Bowl fu quasi una delusione, dopo la finale della AFC nella quale erano riusciti a superare i grandi Oakland Raiders, vittoria che a loro avviso era stata il passo decisivo per la convinzione di potercela fare. In realtà poi ancora a inizio ultimo quarto Pittsburgh era in vantaggio solo per 9-6, e il primo tempo si era concluso con il punteggio record (in negativo) di 2-0, safety iniziale quando White - reduce da 5 giorni di ospedale, in cui sarebbe ritornato poi per altri 10 dopo la gara, causa pleurite - placcò nella end zone dei Vikings il quarterback Frank Tarkenton che si era buttato a ricoprire un fumble. Recuperato in modo bizzarro il pallone sul kickoff del secondo tempo, Pittsburgh segnò con una corsa di 9 yard di Franco Harris, il running back di madre italiana che fu Mvp con 34 tentativi per 158 yard. Arrivò poi nel terzo quarto il touchdown di Minnesota su punt bloccato da Matt Blair e ricoperto in end zone da Terry Brown, ma l’incertezza durò poco: ripresa palla sul kickoff, Pittsburgh avanzò con i lanci del quarterback Terry Bradshaw, compreso un tocco di 4 yard per il tight end Larry Brown che aumentò a 10 i punti di vantaggio a 3’31” dalla fine, troppa roba per Minnesota. È curioso notare ora, con Bradshaw nella Hall of Fame e universalmente famoso, che dopo quattro anni nella NFL il qb originario della Louisiana aveva addirittura perso il posto da titolare a vantaggio di Joe Gilliam - raro esempio di quarterback afroamericano in quei tempi - a inizio stagione, per poi riprenderselo dalla quinta giornata in poi. Bradshaw, personaggio sempre emotivo e bizzarro, era entrato in campo al Tulane Stadium portandosi dietro una visione sconvolgente: mentre stava uscendo dal tunnel un tifoso di Minnesota aveva avuto un infarto ed era morto a pochi passi da lui, al di là di una semplice corda che divideva i giocatori dal pubblico assiepato ai lati dell’ingresso sul terreno di gioco.

SUPER BOWL IX

Tulane Stadium, New Orleans, 12 gennaio 1975

Pittsburgh Steelers-Minnesota Vikings 16-6 (0-0, 2-0, 7-0, 7-6)

Mvp (miglior giocatore): Franco Harris, fullback, Pittsburgh Steelers

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