Super Bowl VI: di corsa verso il titolo

252 yard guadagnate sulla terra nel primo trionfo dei Dallas Cowboys. Era il 16 gennaio del 1972.

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Per il secondo anno consecutivo un Super Bowl senza particolari esplosioni di spettacolarità, con l’aggiunta di uno scenario forse non all’altezza, il Tulane Stadium che le autorità cittadine non vedevano l’ora di sostituire con il Superdome, e con l’aggravante di un freddo inusuale, che però non influì direttamente sulla partita ma sulla capacità degli spettatori di godersi la giornata.

Fu finalmente il momento dei Dallas Cowboys, sospettati da tempo di non essere in grado di arrivare fino in fondo, e per i quali il pericolo rappresentato dai Miami Dolphins era grande: considerando infatti che la squadra di Don Shula era alla prima esperienza al Super Bowl, ci mancava pure che anch’essa superasse i texani, facendoli precipitare sempre di più nella spirale autoflagellante dalla quale una squadra può anche non riprendersi. Non andò così e i Cowboys si avviarono a meritare l’appellativo di America’s Team, ovvero il team preferito dagli americani, definizione che fa colpo ma che risulta spesso in una esistenza parallela in cui tale entità è, per naturale conseguenza, anche la più odiata.

L’immagine pulita del coach Tom Landry (vedi Super Bowl V) era arma a doppio taglio (anche se non era proprio un’arma, in generale): a giocatori troppo angelici, a sua immagine, non credeva nessuno, e però se uno di loro usciva dalle righe tutti lì a criticare. Parametri diversi da quelli di oggi, se si considera che la squadra di Landry fu anche l’ispirazione del romanzo North Dallas Forty, in cui si descrivono le vicende - come dire? - vivaci di molti giocatori. Si è letto anche recentemente, su Sports Illustrated, che Landry aveva un effetto positivo su tutte le persone che avevano a che fare con lui, e l’esempio fatto era quello di Mike Ditka, campione NFL come coach dei Chicago Bears nella stagione 1985 ma tight end di lusso in quei Cowboys. Secondo Danny White, quarterback di Dallas in anni successivi, «Ditka imparò da Landry come si deve comportare un professionista», e neanche male se contribuiva pure sul campo. Ditka nel Super Bowl VI segnò il touchdown conclusivo, a pochi minuti dalla fine, ricevendo un passaggio di 7 yard di Roger Staubach, miglior giocatore della partita e personaggio che in Landry aveva trovato una perfetta corrispondenza di sensi. Prima di andare nella NFL, infatti, Staubach era stato in Marina (Navy), e come capita per chi va nell’Esercito (Army) o in Aviazione (Air Force) dopo gli anni di pratica sportiva aveva fatto realmente il soldato per un quadriennio, compresi 12 mesi in Vietnam in un ruolo lontano dal fronte, per cui era arrivato nei Cowboys solo a 27 anni, nel 1969. Non era però stato subito titolare, un po’ per l’inesperienza - nei quattro anni di Marina aveva giocato solo in squadre ricreative di commilitoni - un po’ per il rendimento più che dignitoso di Craig Morton, che ricorderete titolare nel Super Bowl perso contro Baltimore. Nella regular season del 1971 Landry faticò a gestire entrambi: dopo una sconfitta contro New Orleans promosse Staubach, ma in una gara di fine ottobre contro Chicago scelse di usare entrambi, alternandoli a ogni azione. Dallas perse e dalla domenica seguente - ad eccezione di alcune settimane della stagione successiva, causa infortunio, fu Staubach il titolare, fino all’ultima partita giocata, il 30 dicembre 1979, nella sconfitta ai playoff contro i Los Angeles Rams al Texas Stadium.

Quella squadra del Super Bowl VI aveva nomi noti, prima o dopo, per altri motivi: Calvin Hill, running back anche se di secondo piano rispetto al titolare Duane Thomas, è il padre di Grant Hill, l’ex giocatore NBA, mentre Bob Hayes aveva vinto la medaglia d’oro nei 100 metri e nella staffetta 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo del 1964, passando poi al football come ricevitore, così veloce che molti ritengono che la difesa a zona sia stata creata per contenerlo, dato che nessun cornerback poteva marcarlo, specialmente su traiettorie in linea retta, a causa della sua velocità. Hayes chiuse con due ricezioni per 23 yard, un quarto delle sole 100 lanciate da Staubach, mentre furono 252 quelle ottenute su corsa. Dall’altra parte, Miami ebbe solo 185 yard totali, ovvero 80 su corsa e 105 su lancio, e con quattro palloni persi contro uno e quelle cifre è molto difficile vincere un Super Bowl. La squadra però c’era, specialmente in difesa, e avrebbe potuto presto dimostrarlo.

SUPER BOWL VI

Tulane Stadium, New Orleans, 16 gennaio 1972

Dallas Cowboys-Miami Dolphins 24-3 (3-0, 7-3, 7-0, 7-0)

Mvp (miglior giocatore): Roger Staubach, quarterback, Dallas Cowboys

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